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I fantasmi della vecchia vetreria

Alla fermata dell’autobus non c’era nessuno. Le luci ancora accese delle vetrine di un negozio di scarpe ricalcavano i primi raggi solari di una splendida e fredda mattinata invernale. Dalla curva – leggermente in salita – arrivò, sbuffando, il pesante veicolo. La sua sagoma bizzarra richiamava lo stile austero degli anni Cinquanta. Le porte si spalancarono all’improvviso mostrando un interno vuoto popolato da rigidi sedili in vinile distribuiti ordinatamente. Salii. Il conducente mi disse che avrei dovuto comprare il biglietto “a voce”. Rombo di motori. L’autobus ripartì attraversando strade deserte fiancheggiate da antichi edifici. Costeggiò un viale alberato piastrellato da foglie ingiallite. Curiosa circostanza, visto che il calendario marcava 12 febbraio. Il tintinnio di un campanello si sovrappose al cupo rombo dei motori. Qualche passeggero aveva prenotato la fermata. Guardai indietro attraverso lo specchietto, ma non vidi nessuno. L’autobus rallentò e si fermò lentamente. Le porte si aprirono di scatto per far scendere i passeggeri non presenti. E ne salirono altri. Gelide mani invisibili si aggrapparono al passamano. L’autobus era pieno e le porte si richiusero. Un’anziana signora prese posto al mio fianco. Era solo Mente e non Corpo. Scomparsa da tempo, non aveva subito la deMentalizzazione. Altre tangibili presenze incoroporee si accalcarono intorno a me. Erano gli operai della vecchia fabbrica di vetri che si recavano al lavoro. Persone umili dematerializzate ma non dementalizzate, grazie alle complicazioni dell’essere semplici che richiedeva austerità e sacrifici. Quasi una Ascesi. I loro corpi logorati dal lavoro si erano dissolti da tempo nel dominio delle loro coscienze che ora fluttuavano libere nei posti a sedere dell’autobus. L’aria mostrava il suo volto gelido ai raggi solari riflessi dai finestrini. Solidificava in forme bizzarre per poi liquefarsi e dissolversi alla stregua di un fiocco di neve trascinato dal vento della Non-Esistenza.

L’autobus rallentò all’improvviso per poi fermarsi. Era l’ultima fermata e le incorporee forme scesero all’unisono dalle porte che si aprirono di scatto.

Marcello Colozzo

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