A cena con il fantasma. La locandiera

12 Febbraio 2019

Ci incontrammo in una piazza senza nome, con una fontana al centro di una rosa dei venti. Nord, Sud, Est, Ovest: le direzioni apparivano quasi indistinguibili, in quanto puntavano verso vicoli fiocamente illuminati che sembravano tutti uguali. Tirammo a sorte ed uscì Est. Imboccammo l’angusto budello serpeggiante nelle tenebre abitate dal Nulla. Finestre sbarrate e pesanti portoni chiusi da massicci lucchetti devastati dalla ruggine secolare, si alternavano nel più angoscioso silenzio, frantumato esclusivamente dal rumore dei nostri passi affrettati. All’improvviso la luce di un’insegna illuminò quell’oscurità degna della più autentica apocalisse. Fiduciosi, allungammo il passo per giungere in quell’ultima speranza che ci avrebbe sottratto alle tenebre dell’esistenza. Era una locanda. Varcammo l’uscio per trovarci nell’atrio, dove una ragazza ci accolse. Indossava la tipica divisa da cameriera; i capelli neri tirati all’indietro e gli occhi scurissimi, erano i muti testimoni di quella bellezza devastante. Eravamo gli unici clienti della serata e la fanciulla – strano a dirsi – era intenta a cancellare enigmatiche scritte su una delle pareti. Riconobbi “aleph”, la prima lettera dell’alfabeto ebraico, mentre i rimanenti simboli, alcuni dei quali di indubbia matrice esoterica, mi erano ignoti. Con fare metodico la ragazza completò abilmente l’opera di cancellazione.
«Accomodatevi» disse alla fine, riannodandosi i capelli che nel frattempo si erano sciolti distribuendosi sulle spalle. Aveva un accento strano, quasi strascicato. Sicuramente non era del posto.
Ci accomodammo a un tavolo, ordinando un menu atipico, caratteristico di quella locanda. La cena venne servita in religioso silenzio.
«Cosa ne pensi, Omar?» chiesi, quando uscimmo dal locale. Soffiava un vento diaccio che obbligava le ombre degli alberi a disegnare figure bizzarre. Il bagliore dell’accendino illuminò in un lampo i duri lineamenti dell’uomo, esperto in esoterismo e teosofia. L’omone scosse la testa e alla fine quasi bisbigliando disse:
«Sono simboli strani, enigmatici…»
Subito dopo tirò fuori dalla tasca del pesante giubbone da marinaio – la cosiddetta cappotta – un oggetto scuro poco più grande di un orecchino.
«Cos’è?» chiesi incuriosito.
«Sembra un amuleto» osservò Roger, un altro componente del gruppo.
«Infatti» confermò laconico l’omone. «La ragazza l’avevo addosso. Sul reggiseno, per la precisione»
«Dici sul serio?»
«Proprio così» confermò Omar.
«Come hai fatto a prenderlo?»
«È stata lei a infilarlo nella tasca della cappotta. Si chiama Camilla e non è più…»
«Cosa intendi dire?» chiesi stupefatto.
«Non è più tra noi… È un fantasma»
Mi sentii raggelare il sangue, perché quell’omone grande e grosso, raramente scherzava su certi argomenti. Anzi, li prendeva fin troppo sul serio.

Nel frattempo eravamo giunti nei bassifondi del porto dove le prostitute cinesi svendevano il loro corpo ad abbronzati marinai, appena sbarcati da un enorme bastimento che batteva le rotte dei mari del Sud.
«È sparito!» disse una voce alle mie spalle. Mi voltai di scatto: era Hans, il più giovane del gruppo. Gracile di costituzione, dimostrava poco più di vent’anni.
Ci guardammo attorno nella notte nebbiosa illuminata dalle luci del porto.
«Dove diavolo è finito?» si chiese rabbiosamente Roger. «Un attimo fa era qui…»
«Sarà tornato alla locanda» osservai con debole convinzione.
«Beh, andiamo! Cosa aspettiamo?» riprese Hans.
Ritornammo nella piazza senza nome, nei pressi della fontana sulla rosa dei venti.
«È il vicolo che punta a Est» osservò Roger.
«La rosa dei venti è cambiata!» sbottò Hans.
«Ricordo perfettamente che…» riprese dopo un attimo di indecisione. Eravamo confusi, poiché le direzioni sembravano completamente diverse da quelle precedenti.
«Questi maledetti vicoli sembrano tutti uguali!» dissi guardando l’infinità di budelli che si perdevano nella profondità della notte.

Marcello Colozzo

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