Questa raccolta di memorie è un abbraccio collettivo, un modo per ricordare nel decimo anniversario della sua partenza verso il cielo, Mario De Rosa, una persona straordinaria, fonte di ispirazione per molti che lo conobbero. Anche se il suo viaggio terreno è terminato, il suo spirito vive in ogni gesto di gentilezza e in ogni atto di amore che ha seminato lungo il suo cammino, cosi come il suo sorriso è ancora vivo nei nostri cuori. Mario negli anni ’80 ha partecipato molto alla vita parrocchiale, alla realizzazione delle varie iniziative organizzate da don Cosimino, anche per questo da molti è conosciuto. Alcuni amici di Mario che hanno avuto una lunga frequentazione con lui e che lo hanno ben conosciuto, hanno raccolto in poche pagine la sua esperienza di vita con il desiderio di divulgarla e farla conoscere. Questo perché ritengono che la storia di Mario contenga importanti valori morali e spirituali che sono espressione di come egli aveva deciso di vivere dopo aver fatto la grande scoperta del Vangelo. Mario ha aderito ai valori cristiani con semplicità, coerenza e coraggio.
Mario De Rosa è nato l’8 marzo 1956 a Gaeta dove ha vissuto regolarmente fino all’età di 27 anni circa. Una infanzia tra casa, scuola e giochi. Dopo una gioventù “eccessivamente vivace” all’età di 25 anni incontra, senza averlo cercato, il movimento dei Focolari al quale, dopo pochi anni, aderisce a vita piena sino alla sua dipartita avvenuta a Rocca di Papa il 27 giugno del 2014.
Una luce, un sorriso.
La storia di Mario De Rosa merita di essere raccontata poiché in essa si intravede, quando tutto sembra essere perduto, la speranza di trovare una nuova vita (realtà), che dà valore all’esistenza e la fiducia di poterne far parte.
Dopo aver frequentato Mario fino ai suoi ultimi giorni, viene spontaneo pensare alla frase del Vangelo di Matteo, quando Gesù dice: “Non si accende una lampada per metterla sotto il Moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt, 5, 15).
Parlare di Mario non vuol dire raccontare le sue esperienze, anche se queste vengono raccontate, ma esse sono semplicemente conseguenza del nuovo percorso da lui scoperto che procede verso una precisa direzione, che lo ha portato ad agire per trasformare la realtà se non fosse stata in armonia con i valori cristiani. Per giungere a ciò, per agire in tal modo, è necessaria la fede.
La Fede che fa sradicare un gelso e lo fa piantare nel mare. Parlare di Mario vuol dire parlare della potenza della sua fede in Dio…
Di Mario si può dire solo ciò che si conosce per l’esperienza amicale e fraterna avuta per molti anni con lui e di quanto egli ha raccontato di sé. In un istante è passato dal gelo al fuoco, dal buio più oscuro della notte alla luce tenue e riposante dell’aurora. All’età di 23 – 24 anni circa stava vivendo in uno stato d’animo misto di dolore psicofisico e ansiosa ricerca della ragione di vita.
Era poco più che adolescente quando iniziò a fare uso di stupefacenti leggeri (hashish e marijuana), che in breve tempo divennero viatico per droghe più nocive e assuefacenti. Da ragazzo con una condotta simile a quella della maggior parte dei suoi coetanei, aveva un rendimento scolastico senza grandi ambizioni, ma sapeva andare avanti ed aveva una buona pratica di attività sportive, tra le quali si distingueva nella pallamano. Viveva il suo tempo dedicando soprattutto molte attenzioni alla sua ragazza di 17-18 anni. Con lei in particolare condivideva l’interesse per il cinema, al quale dedicava molte ore. Insomma, tutto filava serenamente fino a quando non intervennero nuove conoscenze che lo attrassero verso esperienze, azzardate, ardimentose e proibite dal “normale” comune pensare. Incominciò a far uso di droghe leggere. Fu sempre più interessato ad amicizie che facilitavano le occasioni per “inebriarsi”, così cambiò il linguaggio, l’abbigliamento, il modo di apparire, lo stile di vita. Tutto questo fu facilitato anche dalla fine del rapporto con la sua ragazza.
Probabilmente quando aveva tra i 20 e 21 anni trascorse un lungo periodo fuori casa. Il desiderio di uscire dai confini del suo ambiente di provincia e di scoprire nuove realtà che accrescessero in quantità e qualità le sue conoscenze lo spinse ad andare lontano, vivendo un po’ come un hippy, un figlio dei fiori. Per quello che ricordo si trattò di alcuni mesi: prima in Spagna, poi in Marocco, non da solo e non sempre con le stesse persone. Il passaggio in Marocco non era stato programmato, ma avvenne in modo inaspettato. Lì ha trascorso più tempo che in Spagna e ha fatto un’esperienza che si sarebbe rivelata fondamentale per la sua conversione. Me ne ha raccontato tanti particolari, molti sfuggono alla memoria, altri mi fanno pensare che ci voleva più incoscienza che coraggio a vivere in quel paese come stava facendo lui …(e fa venire alla mente l’incredibile viaggio di avventura di Charles Duchaussois, raccontato nel suo libro “Flash, il grande viaggio”, nel quale descrive la sua condotta di vita e quella di centinaia di giovani resi schiavi delle droghe sino al punto da non avere altro interesse che quelle. Condivise l’esperienza in Marocco con una coppia di inglesi, lui di colore, lei bianca e bionda. Tutti e tre erano molto appariscenti e a volte destavano, per la mentalità e la cultura del posto, scandalo e spesso invidia.
In Marocco si erano addentrati fino al confine con l’Algeria con l’intento di arrivare fino in Sud Africa. Pazzesco! Dovettero ripiegare perché si ammalarono, non ricordo se tutti e tre, lui di certo, e fu ricoverato in un istituto di assistenza per stranieri, (forse a Tangeri), dove vi era una suora italiana che si prese cura di lui sino a quando il suo stato di salute non gli permise di ritornare in Italia.
Riguardo al loro disinvolto modo di stare nelle strade, mi raccontò che un pomeriggio erano in giro e avvenne che fuori ad un locale che frequentavano abitualmente, la ragazza fu oggetto di attenzioni tali da far provocare la reazione del compagno, fatto mal tollerato dagli astanti, cosa che li costrinse a fuggire e cercare protezione. Nel posto dove stavano in quel periodo avevano conosciuto una persona molto influente tra la gente del luogo perché considerato un saggio, un maestro, quasi un santone. Fu a casa di Costui che riuscirono ad arrivare e riparare prima di essere rovinosamente raggiunti. Questa casa era frequentata da molte persone che vi si incontravano per apprendere l’insegnamento sui valori della vita che il maestro elargiva. Fu proprio durante una di quelle “lezioni di vita” che Mario fu segnato interiormente in modo indelebile da una frase: “Quando sei nel dolore, nel dubbio, nella difficoltà, apri il tuo libro sacro”.
Al rientro in Italia il suo stile di vita, ben palese, è un esempio per coloro che hanno desideri di libertà e avventura “a costo zero”. Ma deve fare i conti con il servizio obbligatorio di leva, che, tra una convalescenza per l’epatite contratta in circostanze sospette e un rientro in servizio, lo tiene impegnato per dodici mesi. Successivamente si orienta sempre più verso mete indefinite. Il fisico e la mente però mal sopportano le pesanti scorie intossicanti che ha ingerito e non smaltito.
Tutto ciò fino al giorno, o meglio alla notte, della conversione. Quello che avvenne Mario lo ha raccontato a tanti: fu il passaggio a vita nuova. Una rinascita, forse una nascita, alla fede in Dio. Era rientrato a casa a tarda ora col morale a pezzi e già da diversi giorni era angosciato. Soffriva molto sia nel fisico che nell’anima. Sentiva che doveva restare sveglio, che non doveva addormentarsi, altrimenti sarebbe morto. Nella disperazione non sapeva cosa fare, quando all’improvviso gli tornò alla mente la frase di quel saggio marocchino: quando sei nel dolore prendi il tuo libro sacro. Prese la Bibbia che la mamma, cattolica di grande dignità, aveva in casa e, apertala a caso,comincia a leggere pagina dopo pagina. L’oppressione interiore diventa sempre più acuta e crescente, ma continua a leggere incessantemente, velocemente, in modo febbrile, per ore e ore. All’improvviso, quando sta per albeggiare, sente forte per tre volte il grugare di un piccione che lo scuote e lo terrorizza e grida:”Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio!”e in quell’istante avverte una grande pace che invade tutta la sua persona. Cosa è avvenuto in quel momento nella sua mente? Forse una improvvisa esplosione di neurotrasmettitori?
Da quel momento, una protezione totale lo avvolge, una protezione sconosciuta che deve conoscere. È l’inizio di una nuova vita.
Nello stesso giorno, dopo un sonno ristoratore, nella tarda mattinata, si reca in Chiesa, nella sua Parrocchia di S.Paolo, e al primo sacerdote che incontra chiede la confessione. Può esternare e liberare la sua mente dal travaglio che lo tormenta. All’improvviso vede uno spiraglio di luce che non vuole perdere, che gli dà speranza e fiducia in una nuova via da percorrere.
Da allora in poi quotidianamente ascolta la Santa Messa, riceve l’Eucarestia, legge le Scritture, vive lunghe ore di preghiera. Anche se il disagio intellettivo non è per niente allontanato, questi momenti sono come l’amico che lo sostiene e lo guida nel nuovo cammino di vita e di azione.
L’incontro di Lele con Mario.
Era il 1981. Durante le festività natalizie tra Natale e Capodanno, presso i locali della chiesa di San Paolo in Gaeta era in corso un raduno di parrocchie per aderenti al Movimento dei Focolari con partecipanti da diverse regioni.
Era domenica e quel giorno l’intervallo coincise con la fine della Messa delle ore 12:00 nella vicina Chiesa. Tra i fedeli che uscivano notai un giovane dall’aspetto molto curato e ben vestito che mi sembrava di conoscere, ma non riuscivo a realizzare chi fosse. L’osservai con attenzione e all’improvviso ebbi un sussulto di meraviglia e sorpresa. Mi chiesi: “Come è possibile che sia qui, in questo modo, così ben presentabile diversamente da come gli piaceva essere stile fricchettone?”.
Fui immediatamente incuriosito da tale trasformazione, e, per di più, di vederlo davanti a una chiesa e avvertii il desiderio di avvicinarlo. Qualche giorno dopo lo rividi fuori la Chiesa. Con apparente disinvoltura mi feci coraggio e mi avvicinai. Lo informai del Congresso di spiritualità che si stava svolgendo nei locali accanto e lo invitai a partecipare. Con espressione di sufficienza accettò. Si presentò nel pomeriggio per assistere a quello che si faceva, non dimostrando particolare interesse.
Da quel pomeriggio Mario iniziò a fare nuove conoscenze, soprattutto con ragazzi del luogo che non aveva mai visto prima, ragazzi che studiavano, universitari, che facevano sport e con valori cristiani, con cui adesso poteva confrontarsi e non più solo con i sacerdoti della parrocchia. Ragazzi con valori morali e umani del tutto diversi da quelli degli amici che per anni aveva frequentato. Questo avvenne gradualmente e progressivamente nel tempo.
Da subito iniziai a coinvolgerlo ogni volta che era possibile, a frequentare i vari momenti con i nuovi amici e significativa fu l’occasione della mezzanotte del 31 dicembre di quell’anno. Il suo biglietto di presentazione fu molto simpatico e gradito dalle ragazze alle quali donò ad ognuna una spilla con il loro nome, spilla che fece all’istante per ognuna con un filo di rame lavorato molto abilmente con delle pinzette. Materiale da adoperare che portò di proposito per poter fare piccoli omaggi da donare e farsi conoscere.
Era molto abile e creativo nel realizzare oggetti artistici sia con fili di rame che con pellame in cuoio: collane, bracciali, anelli, orecchini e anche borse e sandali. Penso che anche con la vendita di queste realizzazioni sia riuscito a stare all’estero per buona parte del suo viaggio.
Un particolare importante che mi precisò in seguito fu questo: negli anni di “spensieratezza” non ricorse mai a “escamotage” poco nobili, a cui invece alcuni ragazzi di quell’ambiente ricorrevano. Questo era un comportamento che aveva sempre condannato.
Giorno dopo giorno cominciò a porsi verso le persone e verso la società con una attenzione e interesse nuovi, cioè con un atteggiamento positivo di disponibilità a dare e di apertura a prendere tutto ciò che vedeva di buono avendo come modello il Vangelo. Con gradualità si inserì concretamente nella vita della Parrocchia, alle iniziative anche sociali e partecipò ai Campi Scuola con i ragazzi. Un giorno, l’ incontro con loro ebbe come programma “un laboratorio artigianale”, dove Mario insegnò come lavorare il cuoio; con una pazienza unica aiutò ciascuno a completare il progetto. Ognuno quel giorno fece la propria cinta. Fu qualcosa di incredibile,perché fino a quel momento nessuno aveva mai preso in mano quegli attrezzi.
Con il supporto di don Cosimino, maturò il desiderio di approfondire la spiritualità cristiana attraverso l’adesione al Movimento dei focolari a cui aderivano anche i suoi nuovi amici e per un periodo di diversi mesi dai responsabili gli fu permesso di seguire un percorso di formazione spirituale presso la scuola Gen’s, dei giovani seminaristi a Frascati. Fu quello un periodo di serenità d’animo e di crescita spirituale.
Piano piano iniziò a prendere contatti con persone che conosceva, ma al di fuori dell’antica compagine. Una passata conoscenza che lavorava nel settore dell’impiantistica gli offrì di lavorare presso di sé, dato che Mario era diplomato perito elettronico.
Per più di un anno fece esperienza e acquisì una tale competenza che gli permise in seguito di farsi apprezzare e assumere da una ditta affermata nello stesso settore, nella capitale. Tutto questo avveniva restando immerso nei valori evangelici che ispiravano e guidavano le sue decisioni. Sempre più a stretto contatto con i focolarini, da cui prendeva nutrimento spirituale, maturò il desiderio di esserne parte integrale. È attraverso la spiritualità del Movimento dei focolari che vuole vivere per Dio. Gli è permesso di partecipare alla vita dell’Opera di Maria, però deve aspettare che si confermi in lui la volontà della scelta del focolare.
Intanto condivide con altri giovani un appartamento. Lavora con un incarico di responsabilità in un ruolo amministrativo e nell’ufficio è rispettato e ben voluto. All’impegno del lavoro ne affianca uno nuovo tutto personale. Riprende a studiare. Si iscrive alla Facoltà di filosofia presso la prestigiosa Università Lateranense. Con una dedizione assidua conduce gli studi con profitto e sveltezza ammirevole. Tra il 1989 e 1992 il lavoro procede bene e nello studio avanza con buona lena. Intanto è sempre molto forte in lui il desiderio di entrare in focolare, ma pazientemente accoglie e segue la decisione del suo responsabile che non lo ritiene ancora pronto a fare un passo così importante. In questo stato di sofferta attesa, che accetta con mansuetudine, le sue attenzioni sono rivolte in gran parte al prosieguo dello studio, tanto che il fine settimana, libero dal lavoro, spesso resta chiuso in casa con i libri. All’inizio dell’estate, poi quando torna a Gaeta trascorre lunghe solitarie giornate al mare in una baietta difficilmente raggiungibile. Un vero rifugio dove potersi immergere nella natura viva e cibarsi di lunghe ore di sole e di bagni insieme a lunghe riflessioni sulla vita evangelica, cose che lo rafforzavano nell’animo e lo rendevano più determinato nella sua scelta di vita.
Nel 1993 per le ferie organizza un viaggio di due settimane in Scandinavia. Sono giorni di continuo spostamento per vedere il più possibile. Ciò che colpiva era constatare che sempre il suo programma fosse vincolato alla partecipazione alla messa, che non sempre era alla stessa ora e che la Chiesa Cattolica per le distanze non sempre fosse facilmente raggiungibile.
Il 1994 fu l’anno della svolta. Da quando conobbe il Movimento dei Focolari curò i rapporti personali dando maggior attenzione alle persone che mostravano più interesse verso la vita evangelica. Tra questi vi era Carmine, un focolarino che era responsabile del Movimento dei Focolari in Turchia. Con lui si accordò per andare a trascorrere quell’anno le ferie ad Istanbul e in estate ci andò con entusiasmo.
Lì decise, con il benestare anche del responsabile centrale dei focolarini, di trasferirsi e di continuare la sua scelta di vita stando anche fisicamente in focolare. Al rientro in Italia dalle ferie avviò la procedura per le dimissioni dal lavoro ed in breve tempo tornò ad Istanbul. Lì ha vissuto per circa un anno. Il suo incarico, oltre alla vita di focolare, era di prendersi cura del rifacimento della parte elettrica della casa e di seguire con gli altri focolarini di vita comune le persone interessate al Movimento, viaggiando in pulmino per diversi giorni e facendo più tappe fino al confine con la Siria (Antiochia, Alessandretta …) e fino ad Atene, in Grecia, il tutto senza trascurare l’ impegno dello studio.
La stessa Chiara Lubich, fondatrice del Movimento, nella sua visita in Turchia, nel febbraio 1995, in un incontro con i focolarini, oltre ad aver risposto ad una domanda di Mario, trasformò la sua esperienza temporanea in una partecipazione a pieno titolo alla vita di focolare.
Dopo circa tre anni Mario va a Loppiano per la scuola di formazione. Al termine del periodo di vita a Loppiano avviene il trasferimento a Roma nel focolare di via Marianna Dionigi, dove rimane per circa 4-5 anni. A Roma insegna Religione, dato che aveva anche il titolo di baccellierato in Teologia, conseguito anche questo presso Lateranense, mentre porta a compimento gli studi per la laurea in Filosofia con una tesi sulla figura di Edith Stein.
Successivamente è a Bari dove continua l’insegnamento di Religione in un liceo scientifico statale e contemporaneamente studia Psicologia presso l’Università di Chieti, dove in due anni si laurea. Al periodo di Bari, insieme a tante belle esperienze e conoscenze nella vita di Focolare, non manca mai l’impegno a far si che vi sia sempre armonia nella vita comunitaria che vive con totale disponibilità d’animo.
Tra il 2009 – 2010 torna a Roma nel focolare del quartiere Garbatella, lì è il più giovane dei cinque “amici” di casa: a loro dedica molta attenzione soprattutto nel preparar da mangiare. Continua ad insegnare, ma questa volta in una scuola superiore statale e, contemporaneamente, per completare la sua formazione frequenta la scuola di specializzazione per Psicoterapeuta a Latina, percorso questo che porta regolarmente a termine nei tempi stabiliti. Da questa nuova professione è molto attratto e la esercita anteponendo alla “tecnica” l’attenzione speciale all’ascolto”, atteggiamento evangelico che aiutava coloro che gli parlavano, tanto da far sentire sue le loro aspettative. Con questo modo di agire vedeva come, inaspettatamente, alcune persone dopo un primo approccio con lui, sceglievano di avviare la terapia, prima mai considerata per sfiducia in tale pratica.
A questo proposito un giorno, alla mia presenza, mentre eravamo in viaggio in macchina, gli arrivò una telefonata: era un signore avanti con gli anni, molto lucido, che lo cercava per fissare un nuovo appuntamento, dato che era da un po’ di tempo che tentava di segnarlo in agenda. Mario dopo essersi trattenuto per qualche minuto a parlare, si accordò per come procedere. A telefonata ultimata mi disse che chi lo aveva chiamato era uno scenografo in pensione, che aveva lavorato con importanti registi di teatro e cinema e aveva viaggiato tantissimo. La sua professione lo faceva sentire molto motivato, ma ora il suo entusiasmo aveva perso un po’ di smalto, per questo, come dire, si aiutava confrontandosi con chi poteva, sapeva ascoltarlo.
Intorno ai 40 anni gli fu diagnosticato una protrusione lombare e accadeva che se per un po’ di tempo trascurava la ginnastica che lo teneva in buona salute, dopo pochi movimenti non ben coordinati facilmente avvenivano violenti attacchi di lombosciatalgia che letteralmente lo stendevano a terra ed una volta rimase sul pavimento fuori la porta di casa per circa due ore fino a quando, soccorso dagli amici del focolare, lentamente dopo iniezioni di Toradol riuscì a portarsi dentro. Ma non era l’unico acciacco che doveva tenere sotto controllo. Era purtroppo portatore di epatite B dai tempi delle ardite scorribande. Fu questa dormiente fragilità che lo preoccupò inizialmente verso la metà dell’anno scolastico del 2011, quando a scuola fu colto da una febbre improvvisa con strani sintomi che lo obbligarono al ricovero per diagnosi e cure. Dovette stare ricoverato al Sant’Andrea di Roma per accertamenti per una quindicina di giorni e il responso fu tumore intestinale. Tumore che in breve interessò anche il fegato.
Da quel momento dovette lasciare l’insegnamento e affrontare la malattia con tutti i mezzi disponibili. Fu sottoposto ad intervento chirurgico presso l’IFO Regina Margherita e successivamente a cicli di chemioterapia. Inizialmente, pur se vi erano gli effetti indesiderati, il suo organismo rispondeva alla malattia in modo che gli dava speranza. Infatti durante l’estate del 2013 ancora riusciva a fare delle piacevoli nuotate, che lo confortavano nel vedere le energie e l’entusiasmo che aveva. Spesso ripeteva: “Sento che Dio vuole che faccio ancora molte cose”. Durante il periodo della malattia non ha mai manifestato scoraggiamento o abbattimento morale. Era quello di sempre: pronto all’ascolto e pronto ad agire concretamente nell’interesse altrui se fosse necessario, senza aspettare che venisse richiesto. Verso la fine di febbraio 2014 inizia un vistoso declino della sua salute. Il male ha una recrudescenza e da più voci di professionisti gli è indicato di ripetere i cicli di chemioterapia. A marzo però Mario decide di assumere solo antidolorifici e di non ostinarsi a combattere un male che avanza inarrestabile. Fare la chemio significherebbe solo accentuare la sofferenza fisica e lascia che tutto vada secondo un’evoluzione naturale. Dimagrisce a vista d’occhio. Il viso è sempre più scarno. Sul suo volto smagrito sono in evidenza due occhi grandi segnati dalle occhiaie ma accesi da intensa partecipazione agli avvenimenti del momento con le persone con cui interagisce. Ed è così giorno per giorno. A maggio in accordo con il focolare lascia la casa dove abita ed è trasferito in un’abitazione vicino al Centro Internazionale di Rocca di Papa, dove ci sono altri focolarini non in buona salute per malattie diverse o simili e qui può essere accudito da focolarini di professione medica e paramedica.
L’esperienza della malattia che sta vivendo insieme alla consapevolezza che è vicino il traguardo dell’esistenza terrena lo proietta in una dimensione che potrebbe apparire irrazionale, ma che per lui è fisica e spirituale al tempo stesso. La sua disposizione fisica, ma prima ancora mentale, è di completa accettazione di ciò che gli avviene fuori dalla sua volontà mentre è con tutte le sue forze a cercare la vicinanza a Dio.
L’ultimo momento di compagnia con Mario l’ho avuto verso la metà di giugno del 2014. In quella occasione mi ha voluto comunicare la cosa più importante che avvertiva nel profondo del suo animo. È stato condividere con me la scoperta più preziosa che egli ha fatto con la sua malattia. Quella di dare molta importanza al dolore, necessaria esperienza formativa che accresce la maturità e la dimensione spirituale della persona. Mentre parlava, sembrava che le parole prendessero forma e che il dolore fisico scivolasse via. Eravamo decisamente su piani di percezione intellettiva e spirituale diversi e lontani.
Mario era troppo in alto.
Mario si è spento il 27 giugno del 2014 all’età di 58 anni.
Guardare al percorso di vita di Mario e alla trasformazione avvenuta in lui nel tempo, passando da una condizione di disfacimento della propria dignità ad una altissima considerazione del grande valore dell’individuo, vuol dire Innanzitutto riflettere sulla potenza che la fede in Dio, accesasi in lui al culmine della disperazione, ha operato. Molti degli ex amici, rimasti sempre immersi in una condotta poco edificante, non hanno mai smesso di guardare a Mario con il rispetto che merita chi non discrimina ed è al fianco di ogni persona quando occorre. E più di uno, più di una volta, si è rivolto a lui in circostanze di improvviso bisogno, ad esempio, trovare un tetto confortevole dove ripararsi e ritrovarsi inaspettatamente, per emergenza, in una casa calda ed accogliente.
Per Mario agire con “spirito evangelico”, da quel “lontano mattino della conversione”, giorno dopo giorno era diventato sempre più la norma, pur sapendo che vivere così avrebbe richiesto la capacità di non scandalizzarsi dei comportamenti di egoismo degli altri e che, al tempo stesso con fermezza, sarebbe dovuto andare controcorrente e metterci la faccia.
Così, per quanto gli era permesso di frequentare un reparto di malattie infettive per occuparsi di malati di AIDS, dedicando loro attenzioni come radere la barba e completare la pulizia del viso, cose che non erano dovute neanche agli operatori sanitari, che l’osservavano increduli. Certamente con le dovute attenzioni, consapevole dei rischi, ma badando prima di tutto a non suscitare il minimo sentimento di mortificazione nella persona che si affidava a lui.
Lo stesso a Bari, quel pomeriggio sotto una pioggia battente, vide per strada e si fermò davanti ad un giovane seduto a terra tutto bagnato con uno sguardo tra lo stralunato e l’assente. Senza tanto parlare lo incoraggiò ad alzarsi, lo portò a casa , gli fece fare un bagno caldo, gli dette degli indumenti asciutti, lo rifocillò e, come se nulla fosse stato, quel giovane ben ristabilito con modi sempliciotti e allegretti zompettando andò via. Tutto questo lo raccontava con naturalezza, come una cosa che gli era capitata di dover fare con una persona buffa e curiosa, senza soffermarsi sulla particolarità che davanti aveva avuto un prossimo da soccorrere e bisognava farlo come avrebbe fatto Gesù.
Ciò che ho raccontato è solo qualche particolare del suo modo di essere; si potrebbe aggiungere un lungo elenco, ma ciò che interessa raccontare di Mario è l’unione spirituale, intima e profonda con Dio che ha cercato di avere in animo e che ha custodito con la preghiera e la meditazione sulle Sacre Scritture, alimento quotidiano che lo hanno reso testimone concreto di una fede incondizionata.
Concludendo: guardando alla crescita umana e spirituale di Mario viene spontaneo pensare ad una somiglianza con alcuni grandi, i più conosciuti, della carità cristiana, come un Charles de Foucauld. Persone con un prima deplorevole e un dopo con una condotta mite e irreprensibile.
Si può dire che Mario è stato così: che è parte di una schiera di cristiani che hanno vissuto VOLUTAMENTE il Vangelo dopo averlo scoperto, e possono essere di esempio e luce per quanti non individuano un significato per la propria esistenza.
