A partire dal 15 aprile scorso, le Rapid Support Forces (RFS), unità paramilitare erede delle milizie Janjaweed, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, hanno lanciato una serie di attacchi coordinati contro obiettivi istituzionali in numerose città del Sudan, nel tentativo di prendere il potere attraverso un colpo di stato. Gli obiettivi principali degli attacchi sono le Forze Armate e il loro Comandante in Capo, il generale al-Burhan che ricopre contestualmente la carica di capo di stato e presidente del consiglio sovrano di transizione, l’organo che governa il paese dal 2019 a seguito del colpo di stato che ha esautorato il Presidente Omar al -Bashir. In questo contesto la ribellione delle RSF è stata innescata dalla proposta delle Forze Armate di cedere il potere ai civili e alla volontà di inquadrare nelle forze armate regolari gli uomini delle RSF. Dopo la rivoluzione che nel 2019 rovesciò il regime del dittatore Omar Hassan al Bashir al potere per 30 anni, una roadmap avrebbe dovuto portare il paese al voto nel 2023. Tuttavia, nell’ottobre 2021, lo stesso governo di transizione in carica a Khartoum fu rovesciato dalla metà dei militari che componevano l’esecutivo guidato da Abdallah Hamdok e che estromisero i politici civici prendendo il sopravvento. Da allora, il paese non ha avuto un primo ministro o un gabinetto e l’economia, già al collasso, è stata ulteriormente danneggiata dalla mancanza di investimenti internazionali, dall’aumento del debito e dallo stop agli aiuti allo sviluppo, il cui flusso si è interrotto dopo il colpo di stato. Il colpo di stato dell’ottobre 2021 è stato orchestrato congiuntamente da al-Buhran e Dagalo ma l’alleanza si è rivelata solo un matrimonio di convenienza ovvero la necessità momentanea di ricompattare il fronte militare contro il governo civile; la spaccatura tra i due si è acuita fin quando Dagalo è arrivato a definire il colpo di stato un errore che non è riuscito a portare ai cambiamenti tanto auspicati rispetto al regime di al-Bashir. Per Alan Boswell, direttore per il Corno d’Africa dell’International Crisis Group, Dagalo in particolare avrebbe letto nell’accordo un’opportunità per mettere in atto ambizioni politiche personali. La rivalità tra i due potrebbe sfociare in un conflitto che, oltre a compromettere il fragile percorso di transizione alla democrazia avviato nel 2019 con la destituzione di Omar al-Bashir, avrebbe effetti sugli equilibri politici regionali: gli stati confinanti, infatti, non tardano a definire la propria strategia di allineamento a questa o a quella parte, nello specifico, il Ciad e l’Etiopia vicini a Dagalo e l’Egitto sponsor di al-Burhan. Le faglie di polarizzazione degli schieramenti corrono attorno al dossier della Grande Diga del Rinascimento Etiope e i rispettivi interessi nel dossier della sicurezza idrica lungo tutto il corso del Nilo. Il Cairo è riuscito ad ottenere il supporto di Khartoum nel tentativo di rallentare i volumi di riempimento della diga, Addis Abeba al contrario vanta un rapporto privilegiato con le RFS sperando in un cambio di postura sudanese. Il Ciad ha invece ragioni di opportunità nel settore minerario e Dagalo è originario del Ciad medesimo. Si inseriscono nel quadro appena descritto anche attori internazionali, in particolare la Russia che attraverso la milizia Wagner fa affari nel settore aurifero con Dagalo e che pertanto sostiene le RSF, insieme agli Emirati Arabi Uniti che ne sono il principale acquirente. Arabia Saudita e Turchia sostengono invece al Burhan.

La crescente militarizzazione della società sudanese affonda le radici nella diffusa frustrazione pubblica contro corruzione insicurezza e malgoverno  e soprattutto arriva al culmine di una crescente crisi di legittimità per i governanti: quando un leader, nel caso di specie Omar Al-Bashir, gioca con le costituzioni, i limiti di mandato e il processo elettorale, aumenta il sostegno pubblico alle forze armate, le quali poi usano il malcontento civico come mezzo per legittimare la presa di potere incostituzionale. Riteniamo pertanto che l’attuale situazione sudanese abbia le proprie radici negli anni del regime di Omar al-Bashir (1989-2019), consegnato nel 2020 alla Corte Penale Internazionale per i crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur. Il 1989 è quindi l’anno di ascesa al potere di Omar al-Bashir, attraverso un colpo di stato incruento destituisce il primo ministro democraticamente eletto al-Mahdi. Il Sudan divenne un sistema monopartitico, dominato dal Fronte Nazionale Islamico e dal National Congress Party e in aperta contrapposizione al Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan organizzato a favore della secessione del Sudan del sud, che effettivamente avvenne a seguito di referendum popolare nel 2011. Il regime autoritario era basato essenzialmente su una sostanziale repressione di tutti gli attori non direttamente identificabili con il leader e il raggruppamento politico al potere, e su di una distorsione del funzionamento delle istituzioni politico-amministrative a favore di logiche neopatrimoniali. Si ricorda infine che il rischio di escalation verso la guerra civile è tantopiù fattuale se si considera che le stesse forze armate regolari, hanno interessi fondamentali nell’ avanzare e protrarre la situazione di guerra interna. Il conflitto, infatti, che appare come un fenomeno senza senso, non sarebbe altro che la prosecuzione dell’economia con altri mezzi, permetterebbe di proteggere interessi costituiti e mantenere posizioni privilegiate acquisite nel tempo, al contrario la pace teoricamente impedisce o delegittima quegli abusi e illegalità che invece sono impunemente sfruttati per iniziative economicamente remunerative. Il conflitto armato garantisce in particolare alle forze armate il riconoscimento di una particolare disponibilità di risorse statali che in tempo di pace potrebbero essere dirottate verso sanità o istruzione, i cosiddetti conflict goods o beni fonte di conflitto, vengono immessi illegalmente sul mercato internazionale o riutilizzati per finanziare la guerriglia. Avviene così che si cerchi di controllare aree territoriali strategiche, come i siti di estrazione mineraria o strutture centralizzate come oleodotti petroliferi. In Sudan il rifiuto dell’apparato militare di abbandonare il proprio ruolo politico nasconde la lotta per il controllo delle risorse e del sistema economico; infatti, mentre le forze armate attraverso l’articolato conglomerato delle industrie della difesa e delle loro controllate gestiscono quasi tutto il sistema produttivo e commerciale nazionale, le RSF hanno interessi sedimentati nel settore minerario soprattutto per quanto concerne l’estrazione e la vendita di oro. La ribellione delle RSF nasce dalla richiesta della proposta delle Forze Armate di cedere il potere ai civili, compreso il controllo del conglomerato industriale militare a condizione di incorporare le milizie e le società da esse controllate, in altre parole, le Forze Armate avrebbero compensato la perdita del controllo sulle industrie con l’acquisizione delle miniere e con lo scioglimento delle RSF.

Lo scenario già descritto altro non è che la political economy delle guerre civili, il quale fa presagire un’imponente difficoltà di transizione democratica, laddove questa richiede l’instaurazione del controllo civile sulla macchina economica nazionale.

Rubrica di Geopolitica a cura di Alessia Carnevale 

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