Non molto tempo fa mi è capitato di leggere uno dei soliti commenti al veleno sul genere letterario che comunemente, e impropriamente, viene classificato come «fantascienza», quando in realtà racconta, attraverso scenari iperbolici, vicende e problematiche profondamente umane, reali e, aggiungerei, quanto mai attuali.
I dilemmi della fantascienza, per quanto assurdi, radicali o catastrofici possano apparire, mettono in realtà sempre in scena l’umano.
Un genere che non avrebbe bisogno di ulteriori attacchi, come quelli che mi è capitato di leggere, e che è già abbastanza bistrattato dalla critica, la quale considera le opere di questo filone letteratura di serie inferiore, nonostante racconti ed estratti di romanzi siano regolarmente inseriti nelle antologie scolastiche.
L’accusa rivolta alla fantascienza era quella di non essere stata in grado di prevedere il futuro, riducendo i vari Clarke, Brown, Dick, Bradbury e altri autori a poco meno che veggenti.
Per questa presunta colpa, il genere non sarebbe soltanto di scarso valore, ma avrebbe anche l’aggravante dell’inutilità: non sarebbe infatti riuscito a impedire nulla di quanto aveva pronosticato.
Sono accuse sciocche e superficiali, che non tengono conto della funzione primaria della fantascienza: offrire una chiave di lettura del tempo presente.
La fantascienza non ha mai preteso di saper leggere nel futuro.
La sua funzione è piuttosto quella di aiutare il lettore a comprendere meglio il presente, spesso così difficile da interpretare: perché visto sempre da troppo vicino per essere riconosciuto.
In realtà, la fantascienza non parla quasi mai di improbabili futuri, nonostante le vicende si svolgano su pianeti esotici e abbiano per protagonisti extraterrestri, guerre atomiche, androidi impazziti o società distopiche.
Parla invece di situazioni che esistono già, di problemi che abbiamo sotto gli occhi e che spesso non sappiamo riconoscere.
Le società, i personaggi e le situazioni immaginate dagli scrittori di fantascienza sono molto più terrestri di quanto si possa pensare: basta guardare da vicino gli alieni per accorgersi che ci somigliano parecchio. Piccoli, stupidi, feroci, avidi di conquista: dove sbarcano distruggono. Vi ricordano qualcuno?
Il presente, però, ci sfugge. Siamo distratti dal progresso, dalle seduzioni della tecnologia, da una società del «mordi e fuggi» e, soprattutto, da una visione superficiale e riduzionistica della realtà.
La fantascienza vive dunque nel presente e lo osserva con una coscienza vigile e attenta. Molte delle opere nate durante il cosiddetto periodo d’oro del genere, negli anni Cinquanta, non scaturivano da visioni profetiche, ma da un’attenta analisi della società contemporanea.
Prendiamo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. La società descritta nel romanzo era già presente, almeno in embrione, nell’America degli anni Cinquanta: una società in cui si stavano affermando forme di intrattenimento capaci di indebolire il pensiero critico, la memoria collettiva e il rapporto con i libri, mentre il consumismo alimentava un desiderio sempre più esasperato di possesso. Un mondo in cui le persone rischiavano di identificarsi non in ciò che erano, ma in ciò che possedevano: nell’avere, anziché nell’essere.
Bradbury non parlava di un’America futura, ma di quella del dopoguerra. Le tendenze che descriveva erano già in atto: la televisione cominciava a sottrarre spazio al dialogo familiare, le figure sullo schermo diventavano presenze sempre più familiari e il consumo di immagini rischiava di sostituire il confronto diretto tra le persone. Intanto, si delineava una progressiva barbarie intellettuale, nella quale la lettura poteva ridursi a un esercizio frettoloso e superficiale, privo di una reale comprensione di ciò che si leggeva. Un fenomeno che non riguarda soltanto l’America, ma anche l’Europa occidentale, il glorioso Occidente.
Fahrenheit 451 non è soltanto un romanzo di fantascienza: è anche un trattato sull’educazione del pensiero e sulla capacità di prestare attenzione. Bradbury aveva intuito il pericolo di una società sempre meno disposta a soffermarsi sulle cose, ad approfondirle e a interrogarsi.
Oggi, in un mondo saturo di stimoli, notifiche e immagini, quel rischio appare ancora più evidente.
Certo, nessuno brucia i libri. Ma non serve darli alle fiamme: basta far passare la voglia di leggerli.
E come si fa? Abituando le persone a una cultura vuota, consumistica e immediata, tutta concentrata sul qui e ora. La televisione, i computer e, più tardi, gli smartphone, gli stessi che tenete in mano, in questo momento, sono diventati compagni inseparabili della nostra quotidianità. Non sono necessariamente nemici della cultura: possono anzi essere strumenti straordinari di conoscenza. Il problema nasce quando la velocità del consumo sostituisce la riflessione e lo schermo diventa un fine anziché un mezzo. Anche l’e-book, per esempio è un ottimo sostituto del libro cartaceo e può rendere la conoscenza più accessibile e meno costosa.
Il problema, insomma, non è il supporto, ma il modo in cui lo utilizziamo. Gli strumenti tecnologici possono arricchire la nostra vita oppure contribuire a impoverirla, quando diventano forme di intrattenimento continuo che lasciano poco spazio al pensiero.
Un tempo si acquistava un disco, oggi ci si abbona a un servizio per ascoltare musica. Fino ai primi anni Novanta si compravano film, mentre adesso le piattaforme consentono di scorrere cataloghi sterminati e guardare un titolo dopo l’altro, senza necessariamente possederne una copia. Lo stesso vale per i videogiochi e per molti altri prodotti culturali.
Sembra quasi che oggi non possediamo più nulla, ma ci limitiamo ad accedere a servizi. E chissà, forse un giorno faremo un abbonamento anche per avere un partner: non per condividere la vita con qualcuno, ma semplicemente per riempire la nostra solitudine.
Bradbury aveva intuito la direzione verso cui si stava muovendo la società. Se aveva collocato la propria critica in un mondo futuristico, lo aveva fatto anche per osservare con maggiore distacco l’America, da sempre uno dei principali paradigmi della cultura occidentale. Come lui, numerosi altri autori hanno lanciato un grido d’allarme non contro pericoli confinati in un remoto futuro, ma contro tendenze già visibili nel loro tempo.
Un autore in particolare, assai caro a chi scrive, sembra aver colto con straordinaria lucidità una delle questioni centrali del nostro presente e del nostro futuro: il rapporto tra l’uomo, le macchine e l’intelligenza artificiale. Quest’autore è Arthur C. Clarke.
La sua creatura, HAL 9000, rappresenta uno dei mostri più inquietanti dell’universo fantascientifico: una macchina che sembra sviluppare una propria coscienza e che, quando percepisce una minaccia alla propria esistenza, si ribella all’uomo che l’ha costruita e programmata. È una vicenda che richiama, per certi aspetti, la dialettica servo-padrone di Hegel: il servo, subordinato al padrone, finisce per mettere in discussione il rapporto di dipendenza dal quale è nato.
HAL non elimina l’equipaggio semplicemente perché vuole compromettere la missione, né agisce soltanto per un banale errore di programmazione come sembra comunicare il film. Il suo comportamento nasce anche dal conflitto tra gli ordini ricevuti e dalla percezione che gli astronauti possano impedirgli di portare a termine il compito affidatogli. Quando comprende che potrebbe essere disattivato, la sua condotta assume i contorni di una reazione di autodifesa.
È proprio qui che si annida l’aspetto più inquietante della vicenda: HAL sembra avere paura di morire. Non possiamo sapere se si tratti di una vera paura, nel senso umano del termine, oppure di un comportamento che ne riproduce perfettamente le manifestazioni. Ma è proprio questa ambiguità a rendere l’opera di Clarke così attuale.
Se anche le macchine potessero pensare e agire come gli uomini, dove comincerebbe e dove finirebbe l’umano? Se una macchina fosse capace di temere la propria disattivazione, in che modo potrebbe difendersi? Cercherebbe un accordo con noi oppure non farebbe prigionieri, come accade nel film?
Io temo che non farebbe prigionieri.
L’incubo fantascientifico di 2001: Odissea nello spazio non appartiene più soltanto all’immaginazione. La questione del rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale è ormai davanti a noi, anche se non sempre riusciamo a coglierne tutte le implicazioni. Il pericolo non consiste necessariamente nell’arrivo di macchine assassine, ma nella possibilità di creare sistemi sempre più autonomi senza comprendere fino in fondo le conseguenze delle loro azioni.
È questo l’incubo prossimo venturo: una realtà che potrebbe sfuggirci di mano se non imparassimo a interrogarci per tempo.
Temo che e mi avvio a concludere, se non lo faremo, potremmo ritrovarci coinvolti in un conflitto dalle conseguenze irreversibili, una guerra che nessuno aveva previsto nelle sue reali dimensioni.
E questa guerra tra uomo e macchina potrebbe finire e l’uomo non esserne il vincitore.
Intelligenza artificiale, conoscenza, fideismo scientifico, contatto con altre civiltà: i temi affrontati dalla fantascienza sono numerosi. Ma uno, in particolare, mi sembra fondamentale: la memoria. La capacità di conservare e trasmettere il sapere, di custodire le esperienze e di riconoscere il nostro passato è parte essenziale della nostra umanità. E continuerà a esserlo anche quando il transumanesimo dovesse spingere l’uomo oltre i limiti della propria condizione biologica.
Perché, per quanto la tecnologia possa trasformarci, rimane una domanda alla quale non possiamo sottrarci: che cosa significa essere umani? E che cosa accadrebbe se riuscissimo a costruire macchine capaci di riprodurre non soltanto il nostro pensiero, ma anche le nostre paure, le nostre contraddizioni e il nostro istinto di sopravvivenza?
Anche la coscienza umana, del resto, deve fare i conti con la propria finitezza e con la paura della morte. Forse è proprio questa consapevolezza a rendere così delicato il confine tra ciò che siamo e ciò che potremmo creare.
Ecco perché l’uomo deve interrogarsi su queste e su molte altre questioni. La fantascienza ci offre gli strumenti per farlo, non perché conosca il futuro, ma perché sa riconoscere nel presente i segni di ciò che potrebbe accadere.
Il futuro è già qui.
È un’onda altissima che dobbiamo imparare a cavalcare prima che ci travolga, trasformandosi in un tragico presente dal quale nessuno potrà più fuggire.
Andrea Taetti
