La questione dello status del Kosovo non può considerarsi ancora risolta a distanza di anni dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Serbia nel 2008 e dall’entrata in vigore della costituzione kosovara. Nel 2008 la Serbia, seguita dalla Russia, dichiarò immediatamente di non riconoscerne l’indipendenza, accolta invece da numerosi Stati, tra cui l’Italia. Al 2021 l’indipendenza è riconosciuta da 101 Stati membri dell’ONU su 193, resta esclusa la Spagna, che non riconosce il Kosovo probabilmente per questioni di politica interna relative ai Paesi Baschi e alla Catalogna. Secondo la Corte internazionale di giustizia la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo non ha violato né il diritto internazionale generale né la risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza ONU, il parere esclude però una presa di posizione sugli effetti della dichiarazione e cioè sull’acquisto della qualità di stato a tutti gli effetti. Fin dalla conclusione dell’intervento NATO nel 1999, la risoluzione 1244 riaffermava l’obbligo di tutti gli stati membri di rispettare l’integrità e la sovranità territoriale della Repubblica Federale di Yugoslavia, facendo riferimento, in attesa dell’accordo finale sulla questione dello status del Kosovo, alla necessità che venisse garantito l’autogoverno del medesimo. Pertanto, prefigurava un regime di ampia autonomia kosovara nell’ambito della sovranità jugoslava, ora Serbia. Questa configurazione fu ritenuta conforme ai principi della Carta delle Nazioni Unite e a quelli dell’Atto finale di Helsinki del 1975, in particolare al principio di inviolabilità delle frontiere e del divieto dell’uso della forza, bilanciati dalla possibilità di mobilità delle frontiere solo sulla base di un accordo tra gli interessati. Le frontiere, pertanto, non si modificano unilateralmente con la forza ma sono suscettibili di modificazione purché queste siano fondate sull’accordo tra le parti in conformità alle regole dei trattati e ai principi di diritto internazionale generale. L’autoproclamazione dell’indipendenza kosovara si pone quindi secondo alcuni in violazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU e di principi che mirano ad escludere soluzioni unilaterali.
La nascita di un’entità kosovara, per le sue modalità, rappresenta il primo caso di secessione che si verifica in Europa Orientale dopo la Seconda guerra mondiale, che non presenta profili coerenti con il principio di autodeterminazione dei popoli, questo principio infatti, si applica soltanto alle situazioni di dominazione coloniale o occupazione straniera, situazioni che non riguardano il Kosovo. Per quanto attiene al costituirsi di un nuovo stato, nella comunità internazionale, la norma primaria attributiva della personalità giuridica dello stato fa essenzialmente riferimento al principio di effettività, cioè, quando un’entità dotata di una propria organizzazione assume il controllo effettivo di una porzione di territorio ed esercita concretamente un’attività di governo sulla popolazione stanziata e manifesta indipendenza rispetto a qualsiasi altro stato, si può ritenere che quest’entità sia uno stato, un nuovo soggetto primario dell’ordinamento internazionale. L’eventuale riconoscimento da parte di altri attori del sistema internazionale è un fatto meramente politico, in quanto dotato di efficacia dichiarativa e non costitutiva della personalità giuridica internazionale. Va ricordato a tal proposito che di fatto Belgrado non ha esercitato i poteri di governo sul Kosovo nell’ ultimo decennio, da cui, per ristabilire il controllo, non potrebbe non scatenare una dura opposizione. Al contrario, a norma del diritto internazionale consuetudinario e confermato dalla giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia, quando un’entità rappresentativa di una parte di popolazione acquisisce la forza per distaccarsi dal governo centrale e dimostra la capacità di esercizio del potere effettivo, in termini di monopolio della forza e controllo della popolazione del territorio, può produrre una secessione dando vita ad un nuovo soggetto statuale. In altri casi si discute ancora se circa il Kosovo si possa parlare effettivamente di secessione o smembramento: si ritiene infatti che la nascita del Kosovo indipendente non sia altri che l’ultimo atto di smembramento della Jugoslavia. Intanto, nel Kosovo del nord il 2021 e l’inizio del 2022 si è assistito ad una crisi diplomatica e militare ai confini con la Serbia, a causa delle proteste dei serbi kosovari per la messa fuori legge da parte delle autorità di Pristina delle auto circolanti con targa serba, per cui a complicare ulteriormente il quadro resta la forte e aggressiva minoranza serva del Kosovo settentrionale, sulla quale soffia un analogo vento secessionista. Il governo kosovaro presieduto da Albin Kurti, coerentemente con una politica nei riguardi di Belgrado orientata al principio di reciprocità, giustificò tale mossa alla luce dell’analoga politica attuata dalla Serbia, che da alcuni anni aveva imposto l’utilizzo di targhe serbe temporanee alle auto provenienti dal Kosovo. La comunità serba locale attuò proteste, blocchi stradali e una forte reazione da parte di Belgrado che aumentò lo stato di allerta delle forze armate. La crisi venne risolta il 30 settembre 2021 con un accordo che prevedeva non più la sostituzione delle targhe per le auto provenienti dalla Serbia ma l’utilizzo di semplici adesivi in attesa di una soluzione definitiva da individuare nell’ambito di un tavolo di lavoro stabilito a Bruxelles. Durante lo scorso luglio però la tensione è riesplosa, il governo di Pristina ha deciso di imporre l’utilizzo di documenti di identità temporanei in luogo a quelli rilasciati dalla Serbia, provocando il rischio di un escalation militare. A ciò hanno contribuito alcune dichiarazioni del Partito Progressista serbo, che ha affermato che la Serbia avrebbe potuto essere costretta a iniziare una denazificazione dei Balcani, riproponendo la retorica utilizzata dalla Russia in vista dell’invasione dell’Ucraina, a sua volta Pristina accusa Belgrado di essere il cavallo di Troia di Putin in Europa e di tentare di innescare una guerra in accordo con i metodi dello stesso Putin. Evidentemente il clima di tensione tra Russia e Ucraina ha il suo potenziale di destabilizzazione nell’intera regione, favorendo il riallineamento di questa e quella parte rispetto agli attori in campo. La missione KFOR della NATO presente nel Kosovo in accordo con il mandato conferito dalla risoluzione 1244 del 1999 ha ribadito il proprio sostegno alla normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Tocca alle istituzioni internazionali dimostrare con i fatti di saper gestire la situazione conseguente alla proclamazione di questa indipendenza e smentire la famosa affermazione del principe di Bismarck secondo il quale i Balcani non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania.

Rubrica di Geopolitica a cura di Alessia Carnevale.

Facebook
Twitter
Instagram