Origini, trasformazioni storiche, diritto e società contemporanea

Una realtà complessa e plurale

Quando si parla del sistema delle caste in India si corre spesso il rischio di immaginare una piramide unica, rigida e immutabile, valida nello stesso modo per tutto il subcontinente. La realtà è molto più complessa. Il termine europeo “casta” deriva dal portoghese casta, cioè “stirpe” o “razza”, e fu applicato a istituzioni indiane tra loro differenti. Per comprendere il fenomeno occorre quindi distinguere almeno due piani: quello dei varna, le grandi categorie sociali descritte dalla tradizione normativa, e quello delle jati, le comunità ereditarie concrete, radicate in specifici territori, lingue, mestieri, reti familiari e pratiche matrimoniali.

I varna costituiscono uno schema ideale di portata panindiana. Le jati, invece, sono migliaia e operano soprattutto su scala locale o regionale. Di norma sono endogamiche, vale a dire che il matrimonio avviene all’interno della comunità, e si fondano su legami di parentela, reputazione, occupazione, consuetudini religiose e reti economiche. A questi concetti storici si affiancano oggi categorie giuridiche e amministrative create dallo Stato indiano: le Scheduled Castes, abbreviate in SC, le Scheduled Tribes o ST, le Other Backward Classes o OBC e le Economically Weaker Sections, note come EWS.

Le Scheduled Castes comprendono comunità specificamente riconosciute attraverso liste costituzionali e storicamente colpite dalle pratiche di intoccabilità. Le Scheduled Tribes raccolgono comunità tribali individuate in base alla loro specificità storica, territoriale e socioeconomica. Le OBC sono invece classi considerate socialmente ed educativamente arretrate, ma costituiscono un insieme assai composito, nel quale rientrano gruppi con posizioni rituali, economiche e politiche molto diverse. Le EWS, infine, sono una categoria fondata sullo svantaggio economico e riservata a persone che non appartengono ai gruppi già coperti dai regimi SC, ST e OBC. Poiché le liste di SC e ST sono territoriali, una stessa comunità può essere riconosciuta in uno Stato e non in un altro.

Le origini testuali e la formazione storica

Uno dei riferimenti più antichi alla divisione quadripartita della società si trova nel Purusha Sukta, l’inno 10.90 del Rig Veda. Il testo associa simbolicamente i quattro varna alle parti del corpo dell’essere cosmico: i brahmani alla bocca, i rajanya o kshatriya alle braccia, i vaishya alle cosce e gli shudra ai piedi. Questo passo dimostra l’antichità di una rappresentazione ordinata in quattro grandi categorie, ma non prova che nell’epoca vedica esistesse già un sistema di caste identico a quello delle jati moderne. La datazione, il significato e la rappresentatività sociale dell’inno restano oggetto di discussione filologica.

I testi dharmici, tra cui il Manusmriti, elaborarono nel tempo una visione più articolata delle gerarchie, dei doveri, delle norme matrimoniali e dei concetti di purezza e impurità. Tuttavia, questi testi furono prodotti da ambienti brahmanici e avevano una funzione normativa: indicavano come la società avrebbe dovuto essere organizzata secondo determinati autori, non descrivevano statisticamente e in modo uniforme la vita reale di tutte le regioni indiane. La storiografia contemporanea evita perciò di leggere tali fonti come fotografie fedeli e complete dell’intera società.

Le jati concrete si formarono e si trasformarono attraverso processi molto diversi: migrazioni, conquiste, specializzazioni artigiane, organizzazioni mercantili, patronato politico, conversioni religiose, controllo della terra e rivendicazioni di prestigio. Una comunità poteva adottare nuove pratiche alimentari, rituali, genealogiche o matrimoniali per sostenere la propria aspirazione a un rango superiore. Il sociologo M. N. Srinivas definì “sanscritizzazione” alcuni di questi processi, nei quali gruppi collocati più in basso assumevano usi associati alle caste considerate superiori. Questa mobilità collettiva non eliminava però la gerarchia: spesso la riproduceva sotto forme e denominazioni nuove.

I varna e i gruppi esclusi

Nell’ideale tradizionale, i brahmani erano sacerdoti, studiosi e specialisti del rito. In realtà, le comunità brahmaniche sono numerose, molto differenziate e legate a specifiche regioni. I kshatriya erano associati alla sovranità e alla guerra, ma nel corso della storia molti gruppi rivendicarono tale status attraverso il potere politico, il servizio militare o la costruzione di genealogie prestigiose. I vaishya erano collegati all’agricoltura, all’allevamento e al commercio, benché il rapporto tra questa categoria teorica e le concrete comunità mercantili variasse notevolmente. Gli shudra comprendevano il lavoro produttivo, agricolo e di servizio, ma costituivano una categoria vastissima e tutt’altro che omogenea dal punto di vista economico e politico.

Al di fuori del modello quadripartito si trovavano comunità definite avarna e gruppi sottoposti a pratiche di intoccabilità. Nel Novecento si è affermato il termine “Dalit”, legato all’idea di essere spezzati o oppressi, assunto come identità politica e autoassertiva dai movimenti anticastali. Dalit e Scheduled Caste non sono però sinonimi perfetti: il primo è un nome politico e identitario, la seconda una categoria giuridico-amministrativa. Anche il termine “Harijan”, promosso da Gandhi, è oggi rifiutato da molti attivisti Dalit perché considerato paternalistico.

Le jati e le differenze regionali

La configurazione delle caste cambia profondamente da una regione all’altra. Nell’Uttar Pradesh e nel Bihar, comunità come Yadav, Kurmi, Koeri o Kushwaha, Jat, Rajput, Kayastha, Chamar o Jatav e Musahar sono state al centro di mobilitazioni OBC e Dalit, lotte per la proprietà agraria, partiti regionali e forti divisioni interne. Nel Punjab e nell’Haryana, Jat, Khatri, Ramgarhia, Mazhabi Sikh e Chamar o Ravidasia mostrano l’intreccio tra casta, agricoltura, sikhismo e migrazione.

Nel Gujarat, Patidar, Koli, Thakor e Vankar sono stati protagonisti di dinamiche imprenditoriali, conflitti rurali e richieste di accesso alle quote. Nel Maharashtra, Maratha, Brahmani Chitpavan, Mahar e Mang rinviano alla storia dei movimenti non brahmanici, dell’Ambedkarismo e delle politiche di riserva. Nel Karnataka, Lingayat, Vokkaliga, Holeya e Madiga illustrano il ruolo delle comunità dominanti, delle istituzioni religiose e dei dibattiti sulla distribuzione interna dei benefici.

Il Tamil Nadu presenta una lunga tradizione non brahmanica e dravidica, con comunità come Vanniyar, Thevar, Gounder, Nadar, Paraiyar e Pallar, oggi spesso indicati come Devendrakula Velalar. Nel Kerala, Nair, Ezhava, Namboodiri e Pulaya sono legati a riforme sociali, pratiche matrilineari presenti in alcuni gruppi e movimenti di elevazione statutaria. Nel Bengala occidentale, categorie come Bhadralok, Mahishya, Namasudra e Rajbanshi mostrano l’intreccio tra casta, classe, migrazioni di rifugiati e una relativa invisibilità della casta nel discorso politico pubblico.

Srinivas elaborò anche il concetto di “casta dominante” per descrivere comunità che, pur non occupando necessariamente il vertice rituale, combinano forza numerica, proprietà fondiaria, istruzione e potere politico locale. Jat, Maratha, Vokkaliga, Lingayat, Patidar o Reddy possono svolgere questa funzione in contesti specifici, ma nessuna di queste etichette vale allo stesso modo per un intero Stato.

Religione e persistenza delle appartenenze

Le istituzioni di casta si sono sviluppate soprattutto nella storia sociale hindu, ma forme di endogamia, stratificazione e status ereditario esistono anche tra musulmani, cristiani, sikh, buddhisti e altre comunità dell’Asia meridionale. La conversione religiosa può cambiare il significato rituale delle appartenenze, ma non cancella automaticamente le reti matrimoniali, professionali e territoriali. Per questo la delimitazione religiosa di alcune tutele riservate alle Scheduled Castes continua a essere oggetto di controversia.

Dall’India precoloniale al dominio britannico

Le gerarchie di casta esistevano prima dell’arrivo degli inglesi, ma erano inserite in sistemi politici regionali mutevoli. Il potere militare, il controllo della terra, il servizio di corte, il commercio e il patronato religioso potevano modificare il rango di una comunità. La ricerca storica più recente rifiuta due immagini opposte ma ugualmente semplicistiche: da un lato quella di una società precoloniale quasi fluida e priva di caste, dall’altro quella di una struttura completamente immobile e determinata una volta per tutte dai testi sanscriti.

L’amministrazione britannica non inventò la casta, ma contribuì a renderla più rigida, enumerabile e amministrativamente visibile. I censimenti, le etnografie ufficiali, il reclutamento militare, il diritto personale e le classificazioni burocratiche fissarono in categorie più nette identità che in precedenza potevano essere più contestate o mobili. Il censimento del 1901, associato a Herbert Risley, tentò di ordinare le comunità secondo il rango e secondo teorie razziali oggi screditate. Le comunità non furono però soggetti passivi: presentarono petizioni, cambiarono nomi, costruirono genealogie e rivendicarono un riconoscimento più elevato.

Nicholas Dirks ha attribuito al colonialismo un ruolo decisivo nel trasformare la casta nel principale linguaggio politico e amministrativo dell’India moderna. Altri studiosi, tra cui Susan Bayly, Sumit Guha e Rosalind O’Hanlon, pur riconoscendo il peso della codificazione coloniale, hanno insistito maggiormente sulle radici precoloniali, sulla capacità d’azione delle comunità e sulle differenze regionali. La posizione più prudente è dunque che il colonialismo abbia ristrutturato e standardizzato istituzioni già esistenti, non che le abbia create dal nulla.

Durante la tarda età coloniale, le categorie delle “Depressed Classes” e poi delle “Scheduled Castes” acquisirono crescente importanza politica. Il Government of India Act del 1935 consolidò forme di rappresentanza e riserva. Un momento decisivo fu il conflitto tra Gandhi e B. R. Ambedkar sui collegi elettorali separati. Il Poona Pact del 1932 sostituì gli elettorati separati per le Depressed Classes con seggi riservati eletti all’interno di collegi comuni.

La Costituzione e l’uguaglianza sostanziale

La Costituzione indiana, adottata il 26 novembre 1949 ed entrata in vigore il 26 gennaio 1950, non si limita a proclamare un’uguaglianza formale. Essa autorizza misure differenziate per correggere l’esclusione storica e la sottorappresentazione. L’articolo 14 garantisce l’uguaglianza davanti alla legge e l’uguale protezione delle leggi. L’articolo 15 vieta la discriminazione fondata, tra l’altro, sulla casta, ma consente misure speciali per i gruppi svantaggiati. L’articolo 16 tutela l’uguaglianza nelle opportunità di impiego pubblico e permette riserve per le classi non adeguatamente rappresentate.

L’articolo 17 abolisce l’intoccabilità e vieta le pratiche che ne derivano. L’articolo 46 invita lo Stato a promuovere gli interessi educativi ed economici delle sezioni più deboli, in particolare delle Scheduled Castes e delle Scheduled Tribes. Altre disposizioni riservano seggi a SC e ST nella Lok Sabha, nelle assemblee statali, nei panchayat e nelle municipalità. Gli articoli 338, 338A e 338B istituiscono commissioni nazionali dedicate rispettivamente a Scheduled Castes, Scheduled Tribes e Backward Classes, mentre gli articoli 341 e 342 disciplinano le procedure di identificazione di SC e ST.

A questa architettura costituzionale si affiancano leggi specifiche. Il Protection of Civil Rights Act del 1955 punisce l’imposizione di disabilità religiose e sociali derivanti dall’intoccabilità, compreso il rifiuto di accesso a servizi e luoghi. Lo Scheduled Castes and Scheduled Tribes Prevention of Atrocities Act del 1989 definisce e sanziona violenze, umiliazioni, espropriazioni e abusi commessi contro membri di SC e ST, prevedendo strumenti penali e preventivi.

Le riserve e l’affirmative action

Nel reclutamento diretto del governo centrale effettuato mediante concorso aperto su base nazionale, le quote di riferimento sono generalmente il 15 per cento per le Scheduled Castes, il 7,5 per cento per le Scheduled Tribes e il 27 per cento per le Other Backward Classes. A queste si aggiunge una quota fino al 10 per cento per le Economically Weaker Sections. Le percentuali variano però in base al livello amministrativo, allo Stato, all’istituzione, al tipo di reclutamento e alla disponibilità di candidati; non possono quindi essere estese automaticamente a ogni settore dell’economia o a ogni territorio.

La Commissione Mandal, istituita nel 1979 e autrice del rapporto del 1980, raccomandò una riserva del 27 per cento per gli OBC nei servizi centrali. L’attuazione annunciata nel 1990 provocò vaste mobilitazioni. Nel caso Indra Sawhney contro Union of India del 1992, la Corte Suprema confermò in larga parte le riserve OBC, sviluppò il principio della “creamy layer”, cioè l’esclusione delle sezioni relativamente più avanzate, e formulò un limite generale del 50 per cento, pur ammettendo possibili circostanze eccezionali.

Il 103º emendamento costituzionale del 2019 ha introdotto una riserva fino al 10 per cento per le EWS, escludendo i gruppi già compresi nelle categorie SC, ST e OBC. Nel novembre 2022, la Corte Suprema ha respinto a maggioranza la contestazione di incostituzionalità dell’emendamento. La decisione ha aperto un nuovo dibattito perché riconosce il criterio economico come fondamento autonomo e consente, in questa configurazione, di superare la precedente soglia complessiva del 50 per cento.

Un altro passaggio importante è la sentenza State of Punjab contro Davinder Singh del 1º agosto 2024. La Corte Suprema ha riconosciuto che gli Stati possono suddividere internamente le Scheduled Castes per distribuire i benefici in modo più equo, purché la distinzione sia fondata su criteri intelligibili e su dati relativi al diverso grado di arretratezza o rappresentanza. Gli Stati non possono però modificare le liste costituzionali delle SC: possono soltanto differenziare il trattamento all’interno della quota esistente.

Le riserve politiche hanno aumentato la presenza formale di SC e ST negli organi elettivi nazionali, statali e locali. Nei panchayat e nelle municipalità, una parte dei seggi riservati è destinata anche alle donne. La semplice occupazione della carica non coincide tuttavia sempre con un’autonomia effettiva: occorre considerare la capacità amministrativa, il controllo delle risorse e le relazioni di potere locali.

La base demografica e il censimento delle caste

Il Censimento del 2011 registrò le Scheduled Castes come circa il 16,6 per cento e le Scheduled Tribes come circa l’8,6 per cento della popolazione indiana. Non produsse invece una tabella nazionale completa delle singole caste né una stima definitiva della popolazione OBC. Le valutazioni sulla consistenza degli OBC dipendono pertanto da indagini campionarie, liste amministrative e rilevazioni statali non sempre direttamente confrontabili.

Il governo indiano ha deciso che il Censimento del 2027 comprenderà l’enumerazione delle caste per tutti gli individui. Alla data del rapporto originario, 3 agosto 2026, i risultati non erano ancora disponibili. L’enumerazione era prevista nel settembre 2026 per alcune aree montane con calendario differenziato e nel febbraio 2027 per il resto del Paese, con data di riferimento generale fissata al 1º marzo 2027. Si tratterebbe del primo censimento dell’India indipendente a includere una rilevazione generalizzata della casta oltre alle categorie SC e ST.

Istruzione superiore

I dati dell’All India Survey on Higher Education 2023-24 mostrano una crescita dell’accesso all’istruzione superiore, ma anche la persistenza di divari significativi. Il Gross Enrolment Ratio, cioè il rapporto tra gli iscritti e la popolazione teoricamente appartenente alla fascia d’età corrispondente, è salito per l’insieme della popolazione dal 25,6 per cento del 2019-20 al 30 per cento del 2023-24. Nello stesso periodo il valore delle Scheduled Castes è passato dal 22,3 al 27,8 per cento, mentre quello delle Scheduled Tribes è aumentato dal 17 al 22,8 per cento.

Il miglioramento è reale, ma non elimina la distanza. Nel 2019-20 il divario tra la media nazionale e le Scheduled Tribes era di 8,6 punti percentuali; nel 2023-24 era ancora di 7,2 punti. L’iscrizione complessiva all’istruzione superiore nel 2023-24 è stata stimata in circa 45 milioni di studenti, comprendenti approssimativamente 6,97 milioni di studenti SC, 2,88 milioni ST e 18 milioni OBC. Il Gross Enrolment Ratio, tuttavia, misura l’accesso e non dice nulla, da solo, sulla conclusione degli studi, sulla qualità delle istituzioni frequentate o sui successivi risultati occupazionali.

Lavoro, occupazione e disuguaglianze

La Periodic Labour Force Survey 2023-24 offre un quadro della partecipazione lavorativa delle persone con almeno quindici anni. Il Worker Population Ratio complessivo risultava pari al 52 per cento per le Scheduled Tribes, al 43,6 per cento per le Scheduled Castes, al 43 per cento per gli OBC e al 41,5 per cento per gli altri gruppi. La differenza di genere era notevole: tra gli ST il rapporto era del 58,2 per cento per gli uomini e del 46 per cento per le donne; tra gli SC del 55,6 e del 31,3 per cento; tra gli OBC del 55,7 e del 30,2 per cento; tra gli altri gruppi del 57,6 e del 24,9 per cento.

Un tasso di partecipazione più alto non equivale però automaticamente a una condizione migliore. Il valore elevato tra gli ST può riflettere la necessità economica di lavorare, la presenza nell’agricoltura e nel lavoro familiare, la maggiore diffusione dell’occupazione informale o la minore permanenza nei percorsi educativi. Analogamente, la partecipazione femminile più bassa tra gli “Altri” può dipendere da redditi familiari più elevati, norme di genere, prolungamento degli studi o difficoltà nel rilevare il lavoro domestico e familiare. Per valutare davvero la qualità dell’occupazione occorre considerare salario, stabilità, sicurezza, settore e protezione sociale.

Le indagini distinguono tra lavoro autonomo, occupazione salariale regolare e lavoro casuale, ma non sempre pubblicano dati nazionali immediatamente confrontabili per casta, sesso e area geografica. Analisi recenti dei microdati indicano che le donne appartenenti a famiglie SC, ST e OBC risultano meno frequentemente autonome e più spesso impiegate come lavoratrici casuali, anche a parità di varie caratteristiche. Per ottenere percentuali rigorose è però necessario elaborare i microdati con i corretti pesi campionari.

Consumi e benessere materiale

L’Household Consumption Expenditure Survey 2023-24 misura la spesa mensile media pro capite, un indicatore di consumo che non coincide con il reddito individuale. Nelle aree rurali, la spesa media era di 3.363 rupie per le Scheduled Tribes, 3.878 per le Scheduled Castes, 4.206 per gli OBC e 4.642 per gli altri gruppi, a fronte di una media complessiva di 4.122 rupie. Nelle aree urbane, i valori erano rispettivamente di 6.030 rupie per gli ST, 5.775 per gli SC, 6.738 per gli OBC, 7.832 per gli altri e 6.996 per l’intera popolazione.

In area rurale, la spesa media degli ST corrispondeva a circa il 72 per cento di quella degli “Altri”, mentre quella degli SC raggiungeva circa l’84 per cento. In area urbana, il valore degli SC era circa il 74 per cento di quello degli “Altri” e quello degli ST circa il 77 per cento. Questi rapporti descrivono medie di gruppo e non dimostrano che la casta sia l’unica causa delle differenze. Inoltre, non mostrano la forte disuguaglianza interna a ciascuna categoria.

Il confronto nominale con l’indagine 2022-23 mostra un aumento della spesa in tutti i gruppi. In quell’anno, nelle aree rurali e urbane, i valori erano rispettivamente di 3.016 e 5.414 rupie per gli ST, 3.474 e 5.307 per gli SC, 3.848 e 6.177 per gli OBC e 4.392 e 7.333 per gli altri gruppi. Per capire se il miglioramento sia stato reale, e non soltanto dovuto all’aumento dei prezzi, sarebbe però necessario correggere i dati per l’inflazione e verificare la piena comparabilità delle indagini.

I limiti delle grandi categorie statistiche

Le categorie SC, ST, OBC e “Altri” sono utili per le politiche pubbliche, ma possono nascondere differenze molto ampie. Studi sul Bihar rurale hanno mostrato che la quota di disuguaglianza spiegata dalla distanza tra le grandi categorie può apparire relativamente modesta, mentre emergono differenze molto più forti tra singole jati, classi patrimoniali e località. Questo non significa che la casta sia irrilevante, ma che le categorie amministrative sono troppo larghe per descrivere tutti i meccanismi locali.

Le ricerche sul mercato del lavoro documentano la persistenza della segregazione occupazionale, delle differenze salariali e della discriminazione. La casta può agire attraverso il capitale iniziale, l’accesso alla terra, le reti di informazione, il livello di istruzione, la reputazione legata al cognome, il luogo di residenza e l’associazione storica tra determinate comunità e specifici mestieri. Alcuni studi hanno riscontrato che la probabilità di scegliere un’occupazione tradizionalmente associata alla propria casta resta statisticamente significativa anche dopo aver tenuto conto di numerose altre caratteristiche.

Esperimenti e studi di audit hanno inoltre mostrato che l’identificazione sociale può influenzare l’accesso ai servizi, le aspettative e i comportamenti economici. Questi risultati non devono essere generalizzati automaticamente all’intera India, perché spesso riguardano singoli Stati, settori o campioni. Offrono tuttavia un’evidenza complementare rispetto alle medie delle indagini nazionali.

Intoccabilità, violenza e lavori stigmatizzati

L’abolizione costituzionale dell’intoccabilità non ha cancellato tutte le pratiche sociali che la sostenevano. In diverse aree persistono matrimoni rigidamente endogamici, segregazione abitativa, esclusione da templi o risorse comuni, violenze contro le coppie intercasta e atrocità contro Dalit e Adivasi. I dati di polizia sono indispensabili, ma incompleti, perché dipendono dalla propensione a denunciare, dalla registrazione del caso, dalla classificazione giuridica, dalla qualità delle indagini e dall’esito giudiziario. Un aumento dei casi registrati può indicare una crescita della violenza, ma anche una maggiore capacità delle vittime di rivolgersi alle autorità.

Un caso particolarmente grave è quello della rimozione manuale degli escrementi e della pulizia non meccanizzata di fognature e fosse. Queste attività mostrano la sovrapposizione tra appartenenza di casta, lavoro pericoloso e disuguaglianza istituzionale. Le politiche recenti puntano alla meccanizzazione e alla riabilitazione professionale, ma restano controversi i criteri con cui vengono identificati i lavoratori, la completezza dei dati e la ricostruzione delle morti avvenute durante la pulizia delle fognature.

Casta e genere

Le donne Dalit, Adivasi e OBC possono subire discriminazioni intersezionali. La casta regola in modo particolare il matrimonio, la sessualità, la mobilità e il lavoro, mentre il genere condiziona l’accesso alla proprietà, all’istruzione e alla giustizia. L’endogamia è uno dei principali meccanismi attraverso cui il sistema si riproduce nel tempo. Per questa ragione Ambedkar considerava il controllo del matrimonio e delle donne un elemento centrale nella persistenza della casta.

Movimenti sociali e riformatori

La critica alle gerarchie di nascita ha una storia lunga. Le tradizioni bhakti, comprese quelle associate a Kabir e Ravidas, contestarono il monopolio rituale e valorizzarono una devozione non dipendente dalla nascita. Nel XII secolo Basava e le tradizioni Virashaiva o Lingayat criticarono le gerarchie rituali e attribuirono dignità al lavoro, anche se le successive evoluzioni sociali di queste comunità furono complesse.

Nel XIX secolo Jyotirao e Savitribai Phule denunciarono il dominio brahmanico, promossero l’istruzione femminile e quella delle caste oppresse e fondarono il Satyashodhak Samaj. Nel Kerala, Narayana Guru e i movimenti Ezhava sostennero la riforma religiosa, l’istruzione e la mobilitazione sociale. Nel Tamil Nadu, Periyar e il Self-Respect Movement svilupparono una critica razionalista, antibramanica e antigerarchica, promuovendo anche i cosiddetti matrimoni di auto-rispetto.

Gandhi condusse campagne contro l’intoccabilità, ma fu criticato perché per lungo tempo non respinse integralmente l’idea del varna. B. R. Ambedkar elaborò invece una critica strutturale della casta, rivendicò diritti politici autonomi per gli oppressi, svolse un ruolo decisivo nella costruzione costituzionale e concluse il proprio percorso con la conversione al buddhismo. Nel 1936 scrisse Annihilation of Caste per un convegno riformatore che annullò poi l’invito. Nel testo sosteneva che la casta non fosse una semplice divisione del lavoro, ma una divisione gerarchica dei lavoratori, riprodotta dall’endogamia, dall’autorità religiosa e dall’isolamento sociale.

Nel secondo Novecento, i Dalit Panthers, nati nel 1972, introdussero un linguaggio radicale e collegarono oppressione di casta e di classe, favorendo anche una vivace produzione letteraria Dalit. Il Bahujan Samaj Party, fondato nel 1984, trasformò l’identità Dalit-Bahujan in organizzazione elettorale. Le mobilitazioni legate alla Commissione Mandal portarono invece al centro della politica nazionale la rappresentanza degli OBC e il tema delle riserve. Nel XXI secolo i movimenti si concentrano anche sui diritti universitari, sul contrasto alle atrocità, sulla sotto-classificazione, sul censimento di casta e sulla rappresentanza nel settore privato.

I principali dibattiti contemporanei

Uno dei dibattiti più importanti riguarda il rapporto tra riconoscimento e superamento della casta. Enumerare le comunità può fornire dati indispensabili per misurare le disuguaglianze e valutare l’efficacia delle politiche pubbliche. Al tempo stesso, il censimento può irrigidire le identità e alimentare competizioni per il riconoscimento. L’esperienza coloniale dimostra infatti che le categorie statistiche non si limitano a descrivere la società, ma possono influenzarne la mobilitazione politica.

Un secondo tema è la distribuzione interna delle riserve. I sostenitori della sotto-classificazione ritengono che le comunità relativamente più avvantaggiate possano concentrare una parte eccessiva dei benefici. I critici temono invece la frammentazione politica, la stigmatizzazione e un uso selettivo dei dati. Dopo la sentenza Davinder Singh, gli Stati devono fondare ogni differenziazione su basi empiriche verificabili.

Il terzo dibattito riguarda il criterio economico. Le riserve per SC e ST non si fondano soltanto sulla povertà, ma sulla discriminazione storica, sull’intoccabilità e sulla sottorappresentazione. La quota EWS introduce una logica diversa, legata al reddito e alla condizione economica. La discussione verte sulla possibilità di affrontare con strumenti simili la povertà e la discriminazione di status e sull’effetto cumulativo delle diverse quote.

Un quarto tema è quello della creamy layer. Per gli OBC, l’esclusione delle sezioni relativamente più avanzate è ormai consolidata. L’estensione di criteri analoghi a SC e ST resta molto più controversa, perché lo stigma e la discriminazione possono persistere anche quando il reddito aumenta. Le opinioni espresse nella sentenza Davinder Singh hanno rilanciato il confronto, senza produrre un regime nazionale semplice e uniforme.

Infine, cresce l’attenzione per il settore privato e l’economia digitale. Le riserve si concentrano soprattutto sull’istruzione pubblica, sull’occupazione statale e sulla rappresentanza politica, mentre una parte rilevante della crescita occupazionale avviene nel settore privato e informale. Cognomi, reti familiari, accesso all’inglese, istruzione d’élite e persino meccanismi algoritmici possono riprodurre differenze anche quando la casta non viene dichiarata esplicitamente.

Limiti delle fonti e prospettive

La principale lacuna conoscitiva resta statistica. Fino alla pubblicazione dei risultati del Censimento 2027 non esiste una numerazione nazionale contemporanea e completa delle singole caste al di fuori delle liste SC e ST. Le categorie OBC utilizzate nelle indagini campionarie possono essere autodichiarate o amministrative e non consentono sempre confronti diretti tra Stati.

Le fonti recenti offrono dati affidabili su istruzione, lavoro e consumi per grandi gruppi, ma raramente combinano reddito, patrimonio, occupazione dettagliata e singola jati. La spesa mensile pro capite misura il consumo, non il reddito; il Worker Population Ratio misura la partecipazione al lavoro, non la sua qualità; il Gross Enrolment Ratio misura l’iscrizione, non il completamento degli studi. Un’analisi causale più completa richiederebbe microdati longitudinali, informazioni patrimoniali e una precisa identificazione regionale delle jati, insieme a controlli per genere, territorio, religione e classe.

Anche i dati sulle atrocità e sull’intoccabilità soffrono di sottodenuncia e di differenze nell’attività delle forze dell’ordine. I dati amministrativi sulle riserve permettono di conoscere posti, candidati e assunzioni, ma non sempre ricostruiscono carriere, promozioni, abbandoni e distribuzione interna dei benefici. Proprio il dibattito sulla sotto-classificazione rende sempre più urgente disporre di informazioni disaggregate e verificabili.

Conclusione

Il sistema delle caste non è un residuo immobile del passato né una struttura ormai scomparsa. È un insieme di modelli normativi, comunità regionali, categorie amministrative, identità politiche e rapporti di potere che si sono trasformati nel tempo. La modernizzazione, l’urbanizzazione, l’istruzione, le migrazioni e le politiche costituzionali hanno prodotto mobilità e progresso, ma non hanno eliminato tutte le differenze misurabili, le discriminazioni e le forme di violenza.

Per comprenderlo occorre evitare sia l’immagine orientalista di una piramide eterna e uniforme, sia la tesi opposta secondo cui la crescita economica avrebbe reso la casta irrilevante. Le appartenenze possono perdere importanza in alcuni contesti e riemergere in altri, influenzando il matrimonio, il lavoro, la politica, l’accesso alle risorse e la rappresentanza. La Costituzione indiana ha costruito uno dei più vasti sistemi di uguaglianza sostanziale e affirmative action del mondo, ma la distanza tra il principio giuridico e l’esperienza quotidiana resta una delle grandi questioni della società indiana contemporanea.

Facebook
Twitter
Instagram