La primavera yemenita è stata causata, e ha come conseguenza lo scontro settario intra-musulmano tra sunniti e sciiti, da cui deriva la trasformazione della guerra civile in teatro della guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran. Quando scoppiò il 14 gennaio 2011, la Primavera Yemenita già si inseriva in una conflittualità pregressa che minava la stabilità del paese ma che restava sottotraccia per la capacità manipolatoria e la dura repressione che Ali Abdallah Saleh sapeva concertare. Saleh era al potere dal 1978, come presidente dello Yemen del Nord e dal gennaio 2011 come presidente dello Yemen riunificato, dopo essersi posto come artefice di tale riunificazione, aveva cominciato a favorire il gruppo etnico di provenienza e gli alleati della propria tribù appartenenti alla minoranza sciita della popolazione. In Yemen, infatti, il 65% degli abitanti è sunnita, il 35 % sciita zaydita. Lo zaydismo è una delle tante sette dello sciismo, ma la sua centralità nel paese in esame è dovuta al fatto che la sua comunità locale è la più popolosa del mondo arabo. Dal 897 fino al 1962 lo Yemen è stato un imamato zaydita, Mohamed al-Badr, questo il nome dell’imam, era stato salvato da un colpo di stato militare dall’Arabia Saudita, e da allora, con l’inizio della guerra civile terminata solo nel 1970, scomparso l’imamato lo Yemen era rimasto diviso in due repubbliche, la repubblica del nord sponsorizzata dall’occidente e Riad, l’altra del Sud da Urss ed Egitto, fino alla riunificazione nel 1990. La riunificazione non significò un equo power sharing tra nord e sud del paese, e nemmeno un equo accesso alle già scarse risorse locali da parte delle comunità etno-confessionali settentrionali e meridionali. Nella bilancia nord-sud a sentirsi emarginato era soprattutto il sud dove sin dal 1990 iniziavano a serpeggiare sentimenti separatisti che confluirono nel 1994 in un primo tentativo di secessione. Al nord a protestare per la discriminazione sia politica che economica era invece il clan degli Houthi con tutti i suoi alleati. Ogni famiglia, infatti, comunità etnica e clan è inserita in Yemen nel piu ampio contesto di una confederazione; così la politica discriminatoria del presidente Saleh aveva favorito la riapertura di vecchie faglie foriere di conflitti latenti ma pronti ad esplodere. Nel nord inizialmente gli Houthi protestavano per i pochi fondi governativi che venivano loro distribuiti nonché per l’esclusione dalle cariche più importanti delle forze armate, servizi di sicurezza, e nel Congresso generale del popolo, partito unico dal 1982 al 1993. Il loro dissenso passò per il recupero dell’identità zaydita. Quest’ opera di revivalismo ad opera di Hussein Badredin al-Houthi portò alla nascita del movimento Ansar Allah ( Partigiani di Dio) conosciuto anche come Gioventù dei credenti e poi al partito al-Haqq ( verità), tutti in diretta collisione con Saleh. Lo zaydismo si trasformò dunque in un’arma settaria per l’affermazione degli Houthi sia contro sunniti che sciiti alleati di Saleh. All’alba del 2011 pertanto sussistono in Yemen tre faglie conflittuali: la spaccatura nord-sud, lo scontro tra governo centrale e aree marginalizzate del nord, lo scontro intrasciita zaydita tra Houthi e altri sciiti zayditi, lo scontro tra sunniti e sciiti. A subire una forte radicalizzazione era stata anche la comunità sunnita, con una svolta verso il salafismo estremo guidata da al-Wali’ che invitava gli sciiti zayditi a combattere con qualsiasi mezzo ogni forma di ignoranza e idolatria della religione pura. L’altro agente dell’estremismo sunnita era stato direttamente e indirettamente Osama Bin Laden, la cui famiglia era di origini yemenite, tanto che al Qaeda si era installata localmente già nel 2000 con il nome di Ansar-al sharia divenuta poi nel 2009 AQAP ( al Qaeda nella penisola arabica). Pertanto, alle faglie conflittuali sopra elencate si aggiunge la guerra ad al-qaeda. Dal 2003 al 2010 questo groviglio di scontri diede vita alle cosiddette Sa’da wars, cioè le sei guerre combattute nel governatorato di Sa’da tra gli Houthi e le forze governative. Contemporaneamente, Saleh si rivolse contro le élite del sud del paese che ricominciarono ad organizzarsi in forma armata per ottenere una nuova indipendenza. Lo scoppio della primavera yemenita rovesciò i rapporti di forza sul terreno, fino al 2010 infatti gli Houthi risultavano marginalizzati nelle aree del Nord mentre il presidente Saleh ben saldo al potere ; dal 14 gennaio 2011 i dimostranti cominciarono ad ammassarsi nelle piazze delle principali città del paese chiedendo sostanzialmente riforme economiche che alleviassero la povertà generalizzata e la disoccupazione giovanile arrivata al 37%, chiedevano inoltre, su modello della rivolta tunisina, la fine dell’ultratrentennale regime di Saleh. Il 18 marzo 2011 il regime aprì il fuoco sulla folla manifestante, con conseguente defezione delle truppe che da quel momento difesero i dimostranti
Questa evoluzione degli avvenimenti sul terreno allarmò le potenze della penisola arabica, in particolare l’Arabia Saudita che leggeva le attività degli Houthi come risultato dell’influenza operata da Teheran. Questo spinte l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti nel Consiglio di Cooperazione del golfo, l’Unione Europea e gli USA ad accordarsi per una soluzione pacifica al regime change yemenita. Saleh il 23 novembre 2011 decide di firmare in Arabia Saudita un accordo con le opposizioni yemenite in base al quale avrebbe abbandonato la massima carica dello stato in cambio dell’immunità per sé e la propria famiglia, avrebbe comunque potuto restare in Yemen alla testa del Congresso generale del popolo, mentre il suo vice lo avrebbe sostituito alla presidenza della repubblica. Quando nel 2012 entrò in vigore il piano di transizione internazionale gli Houthi lo rifiutarono e tornarono ad imbracciare le armi, così come il movimento sudista al-Hirak, e si rifiutarono di sottoscrivere il testo della nuova costituzione. In ballo a livello nazionale c’ era il controllo dei giacimenti di gas e greggio della provincia meridionale di al-Shabwa; pertanto, puntarono direttamente al controllo della capitale in aperta ostilità con il movimento al-Hirak. Nel 2015 arrivarono a controllare la capitale, e successivamente Aden in quella che loro stessi consideravano un’offensiva contro AQAP ma anche contro l’ISIS.
L’INTERVENTO SAUDITA: DALLA GUERRA CIVILE ALLA PROXY WAR
IL 26 marzo 2015 l’Arabia Saudita decise di intervenire militarmente con l’Operazione tempesta assieme ad altri paesi musulmani (Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar) e grazie al supporto di USA, UK e Francia. L’obiettivo era quello di garantire la propria sicurezza e ristabilire i rapporti di forza regionali in un momento in cui aleggiava un certo feeling tra Washington e Teheran, culminato nella firma il 14 luglio del 2015 dell’accordo sul nucleare iraniano a Vienna, tra l’Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania, il quale preludeva alla revoca delle sanzioni al medesimo Iran. L’Arabia Saudita considerò tale avvenimento alla stregua di un tradimento da parte del vecchio alleato americano, in una direzione pericolosa cioè verso Teheran baluardo dello sciismo e per questo nemico naturale dell’Arabia Saudita. Decise pertanto di cominciare a rafforzare le alleanze con i propri amici, tra cui lo Yemen di Hadi e l’opposizione a Bashar al-Assad in Siria (quest’ultimo di confessione sciita zaydita). Tale intervento si inserisce a pieno titolo nella proxy war con l’Iran (come, d’altra parte, il supporto alle opposizioni ad Assad in Siria), ma tiene conto anche della lotta globale al terrorismo islamico. L’avvicendarsi di Donald Trump al governo USA coincide con un rafforzamento della vecchia alleanza con l’Arabia Saudita, i due si garantiscono reciprocamente nella lotta all’espansionismo iraniano e al terrorismo di marca sunnita tanto quanto sciita. Questa comunione di intenti, inoltre, avvicinava l’Arabia Saudita al suo acerrimo nemico Israele, che, come Riad, riteneva l’Iran il suo nemico più pericoloso, proprio mentre quest’ultimo si ritirava dall’accordo sul nucleare. Tornando all’Operazione Tempesta, all’inizio del 2016 aveva riportato sotto controllo governativo tutta la costa del Mar Rosso, restava il problema dei governatorati meridionali dove la presenza dell’AQAP e Isis rendeva assai difficoltoso stabilizzare l’intera regione. All’inizio del 2017 la guerra civile è ormai regionale e internazionale, il 27 gennaio Trump autorizza un raid in Yemen contro AQAP, provocando lo sdegno della popolazione locale che manifestò contro il governo Hadi alleato degli USA. Alla fine del 2017 lo Yemen risultava diviso in diverse zone di influenza: gli Houthi controllavano il nord-ovest, la capitale e tutta la costa del Mar Rosso, i governatorati del sud erano controllati dalle truppe degli Emirati Arabi Uniti in appoggio ai guerriglieri di al-Hiral, le province del centro-nord e la regione settentrionale del governatorato dell’Hadramaut, erano pattugliate dalle forze armate governative. Controversa è stata la questione della presenza armata sul terreno di pasdaran iraniani, è certo invece il supporto in armi dell’Iran ai ribelli sciiti yemeniti. Dopo la battaglia di Hodeida alla fine del 2017 cominciarono i round negoziali sponsorizzati dall’ONU, le trattative iniziate a Stoccolma il 6 dicembre del 2018 sono arrivate a concordare il cessate il fuoco per sei mesi monitorato dagli osservatori delle Nazioni Unite, il risultato ha acceso qualche speranza ma il clima generale in Yemen è di sfiducia, la guerra civile, poi proxy war, e infine guerra internazionale ha infatti compromesso la sovranità statuale lasciando spazio a feudo politico-militari su base tribale-territoriale da cui originano nuove reti di potere informale, fedeltà militare e clientela economica. Nel marzo 2022 i ribelli Houthi hanno rivendicato una serie di attacchi missilistici contro siti petroliferi sauditi, dal conto suo l’Arabia Saudita non smette di additare come responsabile principale della condotta dei ribelli l’acerrimo nemico iraniano, rinforzando così l’attrito sul piano regionale e internazionale. I due Paesi si sono trovati storicamente su posizioni opposte anche in altri contesti. Per esempio, il Libano, dove l’Iran sostiene il partito-milizia sciita Hezbollah, mentre l’Arabia Saudita è legata alla minoranza sunnita, o in Siria, dove Teheran ha sempre sostenuto il regime di Bashar al-Assad mentre Riyad, soprattutto all’inizio della guerra, ha fornito supporto economico e logistico a molti gruppi antigovernativi, soprattutto quelli più vicini all’Islam radicale. Per non parlare dell’Iraq, geograficamente destinato a fare da “diga” tra quelli che finora erano, e in parte sono ancora, i due principali antagonisti regionali, antagonismo storicamente definito come rivalità diplomatica di stampo religioso.
ULTIME EVOLUZIONI
Riyadh ha scelto di riallacciare ufficialmente le relazioni diplomatiche con Teheran: è il compimento di un processo di de-escalation regionale in corso dal 2021 che, specie in una prima fase, è stato avviato dagli Emirati Arabi Uniti. I principi di sovranità e non-interferenza sono i due cardini dell’accordo saudita-iraniano che dovrebbe portare, entro due mesi, alla riapertura delle ambasciate nonché allo scambio del personale diplomatico. Per l’Arabia Saudita, anche le relazioni con l’Iran rientrano nella diplomazia dell’emergenza, in questo caso preventiva: sono infatti molte le variabili che potrebbero, combinandosi, dare vita domani a un nuovo teatro di guerra in Medio Oriente: Teheran è a un passo dalla soglia nucleare come affermato dall’AIEA (Organizzazione Internazionale per l’Energia Atomica); Israele, con un esecutivo mai così a destra, torna a ipotizzare l’attacco preventivo contro i siti nucleari iraniani; Iran e Russia, regimi sotto sanzione, stringono sempre di più la cooperazione militare. In un contesto di tale incertezza, l’Arabia Saudita sceglie così di muoversi, nei confronti dell’incognita Iran, mediante un doppio binario. Da un lato, il regno rafforza le capacità militari, in autonomia o mediante la difesa integrata con gli Stati Uniti. Dall’altro, Riad rilancia il dialogo diplomatico con il vicinato. L’obiettivo dell’Arabia Saudita è dotarsi di tutti gli strumenti possibili, militari e politici, per poter fronteggiare un eventuale scenario di crisi mediorientale e nel Golfo. Da allontanare il più possibile, anche perché il percorso di diversificazione economica oltre il petrolio, richiede stabilità regionale. Per l’Iran, l’intesa è un modo per provare a ri-legittimarsi sul piano della politica estera, dopo che le rivolte popolari e la violenza della repressione interna ne hanno reso più vulnerabili gli assetti di potere. Il ritorno alla diplomazia formale tra Arabia Saudita e Iran può incentivare il rinnovo della tregua nazionale in Yemen, forse addirittura il cessate il fuoco: quello yemenita è l’ultimo conflitto post-2011 ancora formalmente aperto nella regione. Pensare, tuttavia, che la ripresa delle relazioni bilaterali fra Arabia Saudita e Iran porti, di per sé, alla pacificazione dello Yemen significa ignorare le origini interne del conflitto, nonché la profonda frammentazione del paese. Basti vedere le proteste del secessionista Consiglio di Transizione del Sud escluso dai colloqui fra sauditi e Houthi.
Dunque, l’accordo di Pechino tra Iran e Arabia Saudita, mediato dalla Cina, accelera il processo già in corso di riduzione del conflitto armato su scala regionale, la cattiva notizia è che la pace in Yemen non è dietro l’angolo e la guerra continuerà su scala locale, perché l’intesa raggiunta a marzo tra Riad e Teheran non ha finora coinvolto in maniera articolata gli attori armati e civili che da anni si trovano su trincee opposte nelle martoriate terre yemenite.
Rubrica di Geopolitica a cura di Alessia Carnevale
