La pirateria, o brigantaggio del mare, risale agli inizi stessi della navigazione e per moltissimi secoli ha rappresentato un ostacolo al normale svolgimento dei traffici marittimi.

Nell’antichità, come del resto più tardi nel Medioevo, la pirateria fu praticata anche da intere popolazioni. I Fenici, considerati tra i primi grandi navigatori della storia, furono al tempo stesso mercanti e pirati: assalivano i villaggi costieri, ne catturavano gli abitanti e li scambiavano poi altrove con altre merci. Più tardi i Greci, nella fase iniziale della loro espansione marittima, imitarono i Fenici, compiendo scorrerie in tutto il Mediterraneo orientale. Si hanno inoltre vaghe notizie di azioni intraprese dalle flotte dei re di Creta per difendere le rotte verso l’Egitto e il Vicino e Medio Oriente. Accenni alla pirateria praticata dai Greci si trovano anche nell’Odissea. Per quanto ci è dato sapere, essa fu considerata per secoli un’attività onorevole e un normale mezzo di guadagno.

Dopo le guerre puniche, Roma cominciò a preoccuparsi seriamente di difendere dai pirati le coste italiche e le altre regioni mediterranee poste sotto il suo controllo. Una vera e propria guerra navale fu così lanciata contro gli Illiri, che, partendo dai loro rifugi sulla costa dalmata, compivano incursioni sul litorale italiano.

Un altro importante centro della pirateria nell’antico Mediterraneo fu la Cilicia. Nel 67 a.C. Pompeo, per ordine del Senato, guidò contro quelle coste una spedizione in grande stile, che in soli tre mesi riuscì a ripulire il Mediterraneo orientale. La pirateria continuò tuttavia a rappresentare un ostacolo alla libera navigazione, come dimostra il fatto che, per tutto il resto del secolo e nei primi tempi di quello successivo, le flotte romane incaricate di trasportare il grano dall’Egitto a Ostia viaggiavano in convoglio.

La pax Romana, instaurata da Augusto, fu decisiva per la progressiva scomparsa della pirateria nel Mediterraneo. L’assenza dei pirati favorì il fiorire dei traffici e l’intrecciarsi di una fitta rete di relazioni tra i diversi paesi affacciati sul mare. Per circa tre secoli, le squadre imperiali romane di stanza a Miseno, sul Tirreno, e a Ravenna, sull’Adriatico, insieme con le flotte dislocate sulle coste della Siria, dell’Egitto e della Libia, svolsero un costante servizio di polizia marittima, rendendo la navigazione molto più sicura.

Con il crollo dell’Impero romano d’Occidente, la pirateria tornò a dilagare in tutto il Mediterraneo, soprattutto nella sua parte occidentale, cioè nell’area dei cosiddetti “regni barbarici”. Senza dubbio le autorità bizantine si posero spesso il problema di ripulire i mari, ma, in genere, dall’epoca di Giustiniano in poi, si limitarono soprattutto ad azioni di protezione delle rotte tra l’Adriatico e i porti della Grecia e dell’Oriente.

Nel IX secolo ebbero inizio, nel Mare del Nord, le incursioni dei Vichinghi, o Normanni, abitanti dell’estremo settentrione dell’Europa. Eccezionali marinai e pescatori, essi partivano all’inizio della primavera, in piccoli gruppi, dalla Norvegia e dallo Jutland settentrionale, dirigendosi con i loro agili vascelli, le cosiddette “lunghe navi”, verso le coste continentali. Risalivano i fiumi e, dove potevano, saccheggiavano villaggi e città. Spesso, quando era necessario, lasciavano le navi in qualche insenatura della riva e si addentravano a piedi nell’interno. A volte tiravano a secco le imbarcazioni e le trasportavano su rulli fino ad altri corsi d’acqua. In breve tempo non vi fu regione della Francia, della Germania e della Russia settentrionale che non si trovasse esposta al pericolo di improvvisi assalti.

La pirateria normanna ebbe termine poco prima dell’anno Mille, con il graduale rafforzamento, in Occidente, delle autorità centrali. Tuttavia, nidi di pirati continuarono a insidiare il Baltico, finché non si costituì la Lega anseatica, o Hansa, la grande lega delle città tedesche, le cui flotte iniziarono un regolare servizio di polizia marittima.

Contemporaneamente alle incursioni normanne nell’Europa settentrionale, a partire dal VII-VIII secolo gli Arabi, chiamati Saraceni dalle popolazioni italiane, praticarono largamente la pirateria in tutto il Mediterraneo. La difesa contro questi nuovi predoni fu assunta dalle città marinare italiane: dapprima soprattutto Amalfi e Gaeta, poi Genova e Venezia. È da notare, però, che in queste stesse città si organizzavano spesso, con modalità simili a quelle di una vera e propria impresa commerciale, anche azioni di pirateria.

Con l’occupazione turca di vaste aree del mondo islamico, Algeri e altri porti dell’Africa settentrionale divennero covi di pirati, noti come pirati barbareschi o corsari. Il termine “corsaro” deriva dal francese corsaire, a sua volta proveniente dal latino cursarius, cioè “pirata”. Essi razziavano le coste dell’Italia e della Spagna per catturare cristiani da vendere come schiavi nei mercati orientali. La pirateria barbaresca cessò praticamente solo all’inizio del XIX secolo.

Famosi corsari barbareschi furono i fratelli Barbarossa. Il primo, Aruj, mise a ferro e fuoco gran parte dell’Africa settentrionale, impadronendosi di Tunisi e Algeri. Per lungo tempo le sue navi batterono le coste iberiche, finché egli non fu ucciso dagli Spagnoli nel 1518. Il secondo, Khayr al-Din, sconfisse gli Spagnoli nel 1519, riprese Tunisi e organizzò la pirateria su vasta scala in tutto il Mediterraneo.

In età moderna, Elisabetta d’Inghilterra incoraggiò la pirateria ai danni degli Spagnoli. Agili navi inglesi assalivano, nelle acque dell’America centrale e perfino lungo le coste atlantiche della penisola iberica, i grandi galeoni spagnoli che trasportavano in madrepatria l’oro e l’argento estratti dalle ricche miniere del Messico e del Perù. Nel 1588 Filippo II di Spagna organizzò una grande spedizione navale contro l’Inghilterra, ma l’impresa si risolse in un disastro. La vittoria inglese sugli Spagnoli fu resa possibile anche dalla presenza, nella flotta britannica, di vascelli corsari, le cui ciurme erano esperte in quel genere di guerra navale che sarebbe poi stato definito “guerra di corsa”.

Nel XVII e nel XVIII secolo si formarono in America bande di pirati inglesi, francesi, olandesi e portoghesi, che agirono soprattutto contro le colonie spagnole e presero il nome di “fratelli della costa”. Furono detti anche bucanieri, per il loro uso di mangiare carne affumicata secondo il costume indigeno. I primi bucanieri erano avventurieri e diseredati europei stabilitisi nell’isola di Hispaniola, dove vivevano in condizioni molto misere, allevando bestiame. Presto, però, pensarono di arricchirsi con il contrabbando. Scacciati da Hispaniola, si arroccarono nell’isola di Tortuga, che divenne la base dei loro traffici. Alcuni si stabilirono invece a Old Providence, un’isoletta al largo della costa colombiana.

Nel 1641 il governatore spagnolo ordinò un’azione di repressione, alla quale i bucanieri risposero intensificando la pirateria. Essi accumularono immense fortune, non solo impadronendosi dei galeoni carichi d’oro, ma anche saccheggiando le città coloniali spagnole. Nel 1671 giunsero persino a entrare nella città di Panama. Celebri bucanieri furono John Cox, John Coxon, Edward Davis, il Sieur de Grammont, il capitano Jackman, Pierre Le Grand, François l’Olonnais, Edward Mansvelt, Basil Ringrose, Richard Sawkins e Bartholomew Sharpe. La presa di Panama, considerata la maggiore impresa della bucaneria, fu compiuta da circa duemila bucanieri al comando di Sir Henry Morgan, detto “l’Ammiraglio”.

Con la fine dei bucanieri scomparve anche la grande pirateria nelle acque americane, salvo alcuni casi sporadici verificatisi nella prima metà del XIX secolo.

Dopo il suo tramonto storico, la pirateria entrò nel mito, esercitando a lungo un grande fascino sull’immaginario collettivo e dando origine, per tutto il XIX secolo e parte del Novecento, a una vasta letteratura d’avventura. Gli ultimi episodi di pirateria tradizionale furono quelli compiuti da alcune bande cinesi e malesi che, ancora nei primi anni del XX secolo, percorrevano a bordo di giunche le acque del Borneo e alcuni tratti del litorale cinese.

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