Giuseppe Baretti (Torino, 1719 – Londra, 1789) fu un critico e giornalista letterario. Si allontanò in giovane età dalla casa paterna, stabilendosi a Guastalla presso uno zio, che ne curò la prima educazione e formazione letteraria. Su di essa influì non poco la personalità di Carlo Cantoni, scrittore di favole, sotto la cui guida Baretti condusse poi i suoi studi.

Incarichi e interessi lo portarono in varie città dell’Italia settentrionale, dove strinse numerose amicizie. Fu in contatto con i fratelli Gozzi a Venezia e frequentò a Milano, fra il 1740 e il 1743, la casa del conte Imbonati. Risale a questo periodo la composizione delle poesie scherzose, alla maniera del Berni, raccolte e pubblicate nel 1750 con il titolo di Piacevoli poesie.

Nel 1751 Baretti si trasferì a Londra, dove assunse la direzione del Teatro italiano. Vi rimase per nove anni, fino al 1760, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano e alla composizione di una serie di scritti in inglese volti a diffondere la conoscenza della cultura italiana. Notevole, tra questi, è il Dictionary of the English and Italian Language, del 1760.

In quello stesso anno tornò in Italia, accompagnando un giovane e ricco gentiluomo inglese, dopo essere passato per il Portogallo, la Spagna e la Francia. Di tale viaggio lasciò una realistica descrizione nelle Lettere familiari ai fratelli, pubblicate solo in parte. Fermatosi a Venezia, iniziò la pubblicazione della Frusta letteraria, alla quale è essenzialmente legato il suo nome.

Il clamore suscitato da tale pubblicazione lo costrinse, dopo soli tre anni, ad allontanarsi nuovamente dall’Italia e a tornare in Inghilterra. Qui trascorse il resto della vita, non senza trovarsi coinvolto in episodi clamorosi, come quello dell’aggressione di cui fu vittima e che si concluse con la morte del suo avversario. Ne seguì un processo, dal quale Baretti uscì assolto anche grazie all’impegno dei suoi amici londinesi.

La lunga permanenza a Londra e l’assidua vicinanza all’ambiente intellettuale inglese contribuirono a dotare Baretti di una sicura indipendenza di giudizio. Egli seppe riconoscere come i difetti della letteratura italiana dipendessero soprattutto dalla sua arretratezza, senza tuttavia cadere in eccessi denigratori. Fu anzi sempre pronto a difendere quella patria dalla quale pure era fuggito: così nella polemica contro Voltaire, autore di un severo scritto contro la poesia italiana, e nella polemica contro il chirurgo Samuel Sharp, autore di ingiuriose Lettere dall’Italia.

Fra le altre sue opere critiche si ricordano il Tolondron, del 1786, e il Discorso su Shakespeare e il signor Voltaire, di notevole vivacità polemica e critica.

La Frusta letteraria iniziò le sue pubblicazioni a Venezia il 1º ottobre 1763, continuando per venticinque numeri fino al 15 gennaio 1765. In seguito, altri otto numeri furono pubblicati ad Ancona, ma con l’indicazione tipografica di Trento, fra il 1º aprile e il 15 luglio.

Nella Frusta, Baretti assunse lo pseudonimo e la personalità di un soldataccio di ventura, Aristarco Scannabue, che, in compagnia di un fantastico curato, don Petronio Zamberlucco, e del suo servo Marcouf, impugna saldamente la frusta, facendola piovere sul dorso degli arcadi, dei frugoniani e di tutti coloro che si erano dedicati a una pedestre imitazione di Petrarca e di Boccaccio.

Sui tavoli della burocrazia veneta piovevano le proteste contro tale disinvolta severità; così, quando nel numero 25 apparve un giudizio negativo su Bembo, le autorità colsero l’occasione per sospendere la pubblicazione del giornale. Nei numeri stampati ad Ancona, Baretti fece risuonare la sua protesta, riconoscendosi ironicamente colpevole di aver dimostrato che “un gentiluomo di quella città, morto da due secoli, fu uno dei più magri poeti d’Italia”. Cercò nello stesso tempo di dimostrare come a provocare il provvedimento fosse stato anche l’atteggiamento di un suo avversario, padre Appiano Buonafede da Comacchio, che lo aveva attaccato nello scritto Il bue pedagogo e con il quale Baretti polemizzò negli ultimi numeri della Frusta.

Va notato che spesso Baretti agita la frusta quasi a caso, più per il rumore degli schiocchi che per altro. Giustamente Flora ha scritto che Baretti, “quando criticamente coglie in pieno, è come se avesse giocato al lotto”. Fra i più negativi dei suoi giudizi si ricordano quello secondo il quale la Divina Commedia è “oscura, noiosa e seccantissima”; quello su Boccaccio, definito dal punto di vista stilistico “studiatamente abbindolatissimo”; e quello su Goldoni, chiamato “un pubblico avvelenatore che scambia il vizio per virtù”.

Fra i giudizi positivi vi sono invece quello relativo a Metastasio e l’affermazione, formulata da Baretti per la prima volta con particolare forza, della grandezza di Cellini come prosatore.

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