George Berkeley (Dysert Castle, Irlanda, 1685 – Oxford, 1753) fu uno dei maggiori filosofi inglesi. Nacque a Dysert Castle, in Irlanda, nel 1685 e compì i suoi studi a Dublino, dove iniziò anche l’insegnamento e la sua prima produzione filosofica. Uomo di fortissime capacità speculative, unì a spiccate tendenze filosofiche e contemplative una robusta vena di uomo d’azione, che lo portò, in vari momenti della sua inquieta esistenza, a tentativi di fondazione di comunità ideali, nelle quali cercò via via di attuare le sue idee sociali, filosofiche e religiose.

Dopo le prime esperienze d’insegnamento a Dublino, si trasferì a Londra, dove conobbe la vita di corte e compì frequenti viaggi, tra i quali uno in Italia, che attirò la sua attenzione sulle condizioni sociali ed economiche delle popolazioni. In questo periodo Berkeley affrontò con grande impegno la filosofia newtoniana, precisando le basi del suo idealismo antimaterialistico e, per certi aspetti, antiscientifico.

S’imbarcò quindi alla volta dell’America e si stabilì nel Rhode Island, con l’intento di fondare un collegio da cui gettare le basi per la rigenerazione del mondo, attingendo alle pure energie degli indigeni, che egli vedeva come preservati dalle tare degenerative della civiltà, dalle sofisticazioni del pensiero e dalle imposture della scienza. Tornò in Inghilterra tre anni dopo, ottenendo il vescovado di Cloyne, in Irlanda, ma continuando a scrivere intorno alle sue idee di rigenerazione dell’umanità. Morì a Oxford il 14 gennaio 1753.

Da un punto di vista filosofico, le idee di Berkeley si contrappongono nettamente all’empirismo di Locke, Bacone e Hobbes. In Berkeley, infatti, l’empirismo diventa metodologia metafisica e religiosa: la scienza si arresta alla conoscenza dei fenomeni, senza dirci nulla delle supreme verità universali; soltanto il sapere metafisico permette di congiungersi allo Spirito infinito, dal quale soltanto l’uomo può trarre regole valide per la conoscenza.

Su queste basi Berkeley entra in polemica sia con i razionalisti sia con i materialisti, difendendo la validità assoluta della percezione e negando le limitazioni poste dalla scienza del tempo ai concetti, intesi come modificazioni della mente relative alle cose, cioè ai fenomeni percepiti. Il fenomeno percepito è, per Berkeley, altrettanto reale della cosa in sé, senza possibilità di alterazioni arbitrarie da parte del soggetto percepiente.

L’oggetto della percezione è inoltre, per Berkeley, integrale e assoluto, in quanto la percezione è causata da Dio, mente infinita che, in quanto creatrice, trasmette la conoscenza della propria creazione. In tal modo l’empirismo berkeleyano è un radicale teismo, ma anche un radicale spiritualismo, poiché non ammette altra sostanza se non quella spirituale infinita.

Il sapere dell’uomo è essenzialmente misurazione, e misurazione di concetti relativi, cioè esperibili e misurabili. Facendo dipendere dalla divinità l’essenza delle leggi naturali, Berkeley riduce però sostanzialmente il valore del sapere scientifico. Il suo empirismo, dall’antiastrattismo all’antimaterialismo, benché fondato su una seria dottrina del concetto, giunge a una visione mistica del mondo: nel fenomenismo berkeleyano, il mondo trova la sua autentica realtà solo attraverso il ricongiungimento alla propria sostanza originaria, che è la divinità.

Le opere principali di Berkeley riguardano sostanzialmente due grandi ambiti di ricerca: la teoria della conoscenza — Saggio su una nuova teoria della visione (1709), Trattato sui principi della conoscenza umana (1710), Tre dialoghi tra Hylas e Philonous (1713) — e l’etica e la religione, con opere come Alcifrone (1732) e Siris (1744).

Facebook
Twitter
Instagram